Il filibustiere

di Joseph Conrad

 

Entrato al far del giorno nella rada più a ridosso del porto di Tolone, scambiati diversi segnali alla voce con un avviso della flotta che gli fece far prua alla fonda, il capo cannoniere Peyrol diede l'ancora ben in vista dal molo principale con la nave scassata e male in arnese che aveva al comando, tra l'arsenale e la città. Il corso della sua vita, che nell'opinione di ogni persona normale avrebbe potuto essere considerata come piena di eventi straordinari (solamente lui non si era mai meravigliato di essi), lo aveva reso impassibile a tal punto che non lasciò andare neppure un sospiro di sollievo al rombo della cima. E sì che segnava la fine di sei travagliatissimi mesi di sbatacchiare in mare con merci di valore su uno scafo

scassato il più delle volte a razioni ridotte, sempre sul chi vive con gli inglesi che incrociavano, una o due volte sul punto di affondare e più di una di essere catturati. Ma riguardo a questo il vecchio Peyrol aveva già in testa di far saltare il suo pregiato carico – senza tradire emozioni, perché questo era il suo carattere, formatosi sotto il sole dei mari indiani, in lotte senza regole in cui il suo unico interesse era un piccolo bottino che sarebbe svanito appena arraffato, perlopiù nel corso di una vita di mera sopravvivenza tanto precaria da appena reggere tra quegli alti e bassi e che, fino a quel momento, era durata per cinquantotto anni.

 

Una patria sconosciuta

Mentre il suo equipaggio di spauracchi mezzo morti di fame, selvatici come bestie e in caccia delle delizie di terraferma come un branco di lupi, sciamava a riva per serrare le vele lise e rattoppate come le camicie di stracci che coprivano le loro schiene, Peyrol si mise a osservare la banchina. Si stavano formando dei capannelli lungo l'intero molo per dare un'occhiata al nuovo arrivo. Peyrol notò in particolare parecchi uomini con berretti rossi e si disse: «Eccoli!». Tra tutti gli equipaggi di navi che avevano battuto il tricolore nei mari dell'Est, erano stati in parecchi a professare la fede dei sanculotti; lui li giudicava dei poveracci pieni di boria e di discorsi. Ma ora aveva davanti agli occhi gli esemplari di terraferma. Quelli erano i salvatori della rivoluzione. Questa era la realtà. Peyrol se ne prese una vista per un bel pezzo, poi andò nella sua cabina per prepararsi a scendere a terra. Si rase le grandi guance con un vero rasoio inglese, razziato anni prima nella cabina da ufficiale di un East Indiaman catturato da una nave sulla quale era allora imbarcato. Indossò una camicia bianca e una corta blusa con bottoni di metallo e un alto colletto, un paio di calzoni bianchi che cinse con una grande fascia rossa a mo' di cinturone. Con un nero, basso cappello lucido in testa si trasformò in un affidabile comandante di una preda regolarmente catturata in battaglia. Chiamò dal coronamento un barcaiolo e si fece trasbordare alla banchina.

Nel frattempo la folla era andata aumentando. Gli occhi di Peyrol la inquadrarono senza grande interesse, per quanto fosse chiaro che non aveva visto mai in tutta la sua vita così tanta gente di razza bianca con le mani in mano osservare con deferenza un marinaio. Era stato un filibustiere su mari lontani ed era cresciuto distante ed estraneo alla sua patria.

Nei pochi minuti che il barcaiolo impiegò per portarlo a terra si sentì come un esploratore in procinto di sbarcare su una nuova terra sconosciuta. Mettendo piede su di essa fu circondato dalla folla. L'arrivo di una nave catturata dalla flotta della Repubblica su mari lontani non era un avvenimento comune a Tolone. Già stavano girando le voci più strane. Peyrol si fece in qualche modo largo a gomitate tra la folla ma quella continuava a seguirlo.

Una voce gli urlò: «Da dove arrivi, cittadino?». «Dall'altro capo del mondo!», tuonò Peyrol. Non riuscì a liberarsi da quel seguito fino alla porta dell'autorità portuale. Lì si mise a rapporto all'ufficiale competente come comandante di una preda catturata al largo del Capo dal cittadino Renaud, comandante in capo della Squadra repubblicana nei mari indiani.

Gli era stato ordinato di far vela su Dunkerque ma, disse, siccome i sacrés Anglais gli avevano dato la caccia tre volte in una settimana tra capo Verde e capo Spartel, aveva deciso di rifugiarsi nel Mediterraneo dove, come gli era stato riferito da un brigantino danese che aveva incrociato in mare, almeno lì non c'erano navi da guerra inglesi. E così si trovava lì; ecco i documenti della sua nave e quelli suoi, tutti in ordine. Disse anche che ne aveva le tasche piene di essere sbattuto per mare di qua e di là e che non desiderava altro se non un periodo di riposo a terra.

Ma fino a che tutte le questioni legali non furono sistemate, rimase a Tolone, girando per le strade con passo sicuro, guadagnandosi la stima generale come cittadino Peyrol e guardando tutti negli occhi freddamente. La sua riservatezza sul suo passato era di quel tipo che genera un sacco di dicerie strane su un uomo.

Le insinuazioni del capitano

Non c'erano dubbi che le autorità marittime di Tolone avessero un'idea meno fumosa del passato di Peyrol, per quanto non fosse necessariamente più precisa. Nei vari uffici marittimi dove le sue faccende lo portavano, gli ultimi scribacchini e qualche volta anche i capi lo scrutavano mentre andava e veniva, vestito molto elegantemente, sempre con il suo bastone che usualmente lasciava fuori della porta degli uffici quando veniva convocato per un colloquio con uno o l'altro dei tizi gallonati. Ma siccome lui si era tagliato il codino ed era entrato in contatto con alcuni eminenti patrioti della genia dei giacobini, Peyrol se ne fregava delle occhiate e chiacchiere della gente. L'unico che arrivò quasi al punto di mettere alla prova la sua calma fu un certo capitano con una benda su un occhio e un'uniforme parecchio logora che svolgeva alcuni incarichi amministrativi agli uffici portuali. Quell'ufficiale, guardandolo al di sopra di alcune carte, commentò bruscamente: «La verità è che, a dirla tutta, voi avete passato gran parte della vostra vita a schiumare i mari. A suo tempo sarete stato un disertore della Marina, comunque vogliate chiamarvi ora».

Le larghe mascelle del cannoniere Peyrol non tradirono l'indignazione. «Cose del genere, ammesso che siano successe, furono al tempo dei re e degli aristocratici» disse con decisione. «Ma ora ho portato con me una preda e una lettera di referenze da parte del cittadino Renaud, che comanda nei mari indiani. Inoltre posso darvi i nomi di buoni repubblicani di questa città che conoscono il mio modo di pensare. Nessuno può dire che io nella mia vita sia mai stato un controrivoluzionario. Ho battuto i mari dell'Est per quarantacinque anni... è vero. Ma lasciatemi dire che sono stati i marinai che erano in patria a consegnare agli inglesi il porto di Tolone». Fece una pausa, poi aggiunse: «Se uno pensa a questo, cittadino comandante, nessun piccolo scivolone che io e i miei compagni possiamo aver fatto a cinquemila leghe di distanza e venti anni fa può avere molta importanza in questi tempi di uguaglianza e fraternità».

«Per quanto riguarda la fraternità», sottolineò il capitano dalla divisa logora, «l'unica con la quale avevate familiarità era la fratellanza della Costa, direi».

«Ognuno nell'Oceano Indiano, a parte poppanti e ragazzini non poteva non averla», disse impassibile il cittadino Peyrol.

«E noi mettevamo in pratica i principi repubblicani molto tempo prima che esistesse anche solo l'idea della Repubblica: tutti erano uguali per i Fratelli della Costa e i loro capi erano eletti».

«Erano un'abominevole banda di delinquenti senza legge», ribatté l'ufficiale invelenito, appoggiandosi allo schienale della sua sedia. «Non oserete negarlo».

Il cittadino Peyrol si rifiutò di stare sulla difensiva. Con voce piana fece presente di aver eseguito le suè consegne correttamente presso le autorità portuali e, per quello che riguardava la sua condotta, poteva esibire un certificato di civismo della sua sezione. Era un patriota e aveva diritto al congedo.

Dopo essere stato accomiatato con un cenno, prese il suo bastone fuori della porta e uscì dagli uffici con la calma tipica di chi ha la coscienza a posto. Il suo volto pieno, quasi da antico romano, non lasciava trasparire nulla agli umili scribacchini che sussurravano al suo passaggio.

Mentre camminava per strada guardava tutti negli occhi come sempre: ma la sera stessa spari da Tolone. Non che fosse in ansia per qualcosa. L'espressione del suo viso abbronzato lasciava trasparire solo tranquillità Nessuno poteva sapere cosa avesse fatto in quaranta e più anni di vita in mare, a meno che non fosse lui stesso a raccontarlo. E comunque a questo proposito lui non aveva intenzione di dire più di quanto non avesse fatto con il capitano ficcanaso dalla benda sull'occhio. Ma non voleva seccature anche. Per altre precise ragioni; soprattutto non aveva nessuna intenzione di finire, cosa probabile, di nuovo imbarcato nella flotta che si stava allestendo a Tolone. Così al crepuscolo passò le porte sulla strada per Fréjus su un'alta carretta a due ruote di un noto fattore che aveva casa per quella via. I suoi bagagli vennero portati giù e impilati sulla sponda ribaltabile del carro da alcuni cenciosi patrioti che aveva ingaggiato per quell'operazione.

L'unica imprudenza che commise fu quella di pagarli con una manata di assignats. Una generosità che, da parte di un marinaio ben fornito come lui, non era poi così compromettente.

 

Nessuna idea di padre

Salì da solo sul carro arrampicandosi sulla ruota, con movimenti così lenti e prudenti che il contadino si sentì di dover commentare amichevolmente: «Eh, non siamo mica più giovani come eravamo, voi e io!». «E io ho anche una ferita che mi dà noia», disse il cittadino Peyrol sedendosi pesantemente. E così di carro in carro, trovando passaggi lungo la via e procedendo lentamente in una nuvola di polvere in mezzo a muretti di pietra e attraverso piccoli villaggi che conosceva bene dai tempi della giovinezza, in un paesaggio di colline sassose, rocce biancastre e il verde polveroso degli olivi, il cittadino Peyrol avanzò senza che nessuno lo disturbasse, fino a riuscire a raggiungere faticosamente il cortile di una locanda ai margini della città di Hyères. Il sole stava tramontando alla sua destra. Vicino a una macchia di pini scuri dai tronchi arrossati come sangue dal tramonto, Peyrol notò un sentiero marcato dai solchi delle ruote che si staccava da quello principale in direzione del

mare.

A quel punto il cittadino Peyrol prese la decisione di lasciare la strada principale. Ogni caratteristica della campagna, le cime scure del bosco, la spianata arida di sassi e cespugli in ombra alla sua sinistra, lo richiamavano a una sorta di strana familiarità dal momento che erano rimaste immutate dai giorni della sua infanzia. Perfino le tracce delle ruote di carro scavate nel terreno pietroso avevano mantenuto il loro aspetto e in lontananza, come una sottile striscia blu, c'era il mare della rada di Hyères con, proprio davanti, una massa informe blu scuro – l'isola di Porquerolles. Aveva una vaga idea di essere nato a Porquerolles, ma non ne era sicuro. L'idea di padre era inesistente nel suo modo di pensare. L'unica cosa che ricordava della sua famiglia era una donna, alta, ingobbita e abbronzata sotto i suoi stracci, che poi era sua madre. Ma a quel tempo loro stavano già lavorando insieme in una fattoria

sulla terraferma. Aveva solo ricordi vaghi di lei che bacchiava le olive, sarchiava i campi o maneggiava il forcone come un uomo, ferina e infaticabile, con ciuffi di capelli grigi che svolazzavano intorno alla sua faccia ossuta; e di lui invece che correva scalzo dietro a una frotta di tacchini, con quasi niente addosso. La notte, per grazia del padrone, era stato permesso loro di dormire in un ovile di pietra coperto solo a metà da una tettoia, sdraiati fianco a fianco su della paglia vecchia messa per terra. E fu proprio su un mucchio di paglia che sua madre aveva tossito malata per due giorni ed era morta durante la notte. Nell'oscurità, il suo silenzio, il suo viso freddo gli avevano procurato uno spavento terribile. Immaginò poi che l'avessero seppellita, ma di certo non lo seppe mai, perché era scappato in preda al terrore, e non si era fermato fino a che non era sbucato in un piccolo borgo sul mare chiamato Almanarre, dove si era nascosto a bordo di una tartana che era lì all'ormeggio senza nessuno a bordo. Scese nella stiva spaventato da alcuni cani che erano sulla riva. Là basso trovò un mucchio di sacchi vuoti, con i quali si fece un giaciglio come non ne aveva mai avuto e, esausto, piombò nel sonno come un sasso. Durante1a notte l'equipaggio salì a bordo della tartana e salpò per Marsiglia. Quello fu un altro terribile spavento – sollevato di peso sul ponte per la collottola, gli fu chiesto chi diavolo fosse e cosa stesse facendo a bordo.

Ma da lì non era possibile scappare ancora.

 

Storia di un nome

C'era solamente acqua intorno a lui, e tutto, pure la costa neanche tanto distante, barcollava in modo pauroso. Tre tizi barbuti gli stavano addosso e lui provò a spiegar loro che aveva lavorato da Peyrol. Peyrol era il nome del suo padrone. Il ragazzo non sapeva di averne uno suo, di nome. Per di più non gli riusciva neppure di spiegarsi bene con la gente e quelli lo avevano frainteso. Così il nome di Peyrol gli rimase appiccicato per il resto dell'esistenza.

Lì i ricordi della sua terra natia finivano, sommersi da altri, di ricordi, in un mare di sensazioni di oceani infiniti, del canale di Mozambico, di arabi e negri, del Madagascar, delle coste dell'India, di isole e stretti e scogliere; di combattimenti per mare, risse a terra, carneficine e sete da disperati, di ogni specie di navi una dopo l'altra: mercantili, fregate della Marina, navi corsare; di gente spericolata e di dissolutezze smisurate.

Nel corso degli anni aveva imparato a esprimersi in modo comprensibile e a pensare coordinatamente, persino a leggere e scrivere a modo suo.

Il nome del fattore Peyrol, rimastogli attaccato addosso per non essere riuscito a spiegarsi bene, guadagnò una certa fama sia agli occhi di tutti nei porti dell'Est, sia, in modo più discreto, tra i Fratelli della Costa, quella specie di fratellanza con qualcosa di massonico e di piratesco nel suo codice.

Nei dintorni del capo delle Tempeste, che poi è il capo di Buona Speranza, le parole Repubblica, Nazione, Tirannia, Libertà, Uguaglianza e Fraternità e il culto dell'Essere Supremo arrivavano a bordo delle navi veleggiando dalla patria, nuove grida e nuove idee che non turbavano la mente, maturata nel tempo, del cannoniere Peyrol.