Perché amiamo così tanto le isole

Da Omero a Stevenson, da Peter Pan a Robinson. Perché la letteratura ha usato sempre la stessa metafora per il sogno di un'altra vita possibile al riparo dalle difficoltà che si incontrano nella vita di tutti i giorni

Michele Mari, La Repubblica, 26 luglio 2015

 

Forse l'esempio più clamoroso di come un'isola possa non solo segnare ma fondare il destino di uno scrittore è offerto dalla vita di Matthew Shiel, conosciuto per il romanzo La nube purpurea. Shiel nacque nel 1865 a Montserrat, un'isola caraibica di proprietà britannica: ma non è questa l'isola cui mi riferisco. Primo e unico maschio dopo numerose femmine, Matthew era stato così atteso dal padre che alla sua nascita questi acquistò dalla regina Vittoria l'isolotto di Redonda, uno scoglio di tre chilometri quadrati distante circa un miglio; l'acquisto comprendeva anche il titolo di re, del quale Matthew fu formalmente investito al compimento del quindicesimo anno. Da allora, prendendo la cosa molto sul serio, il ragazzo si recò periodicamente a Redonda per aggiornare l'inventario dei propri sudditi, costituiti da uccelli marini e rettili. Là amava leggere in solitudine, organizzando anche cerimonie scenografiche nel corso delle quali conferiva titoli nobiliari ai suoi scrittori preferiti.

C'è da stupirsi, se quasi tutti i suoi romanzi, a partire dalla Nube purpurea, inscenano deliri di onnipotenza in cui i protagonisti trattano il mondo come un giocattolo? In quanto isola-gioco Redonda è il trionfo della regressione, e quindi appartiene allo stesso arcipelago dell'Isola che non c'è di Peter Pan; ma non meno regressiva è l'isola-avventura. È nota la schermaglia fra Robert Louis Stevenson ed Henry James: a questi, che aveva pubblicamente disapprovato la “puerilità” dell'Isola del tesoro, Stevenson replicò che scrivere quel romanzo era stato un modo per lui di tornare a giocare ai pirati, e che se l'amico non aveva nostalgia di un'isola avventurosa voleva dire che non era mai stato bambino.

Forse è per questo che L'Isola del tesoro ci appare come un libro senza tempo, comunque più classico delle Avventure di Robinson Crusoe, libro tutto settecentesco e dunque, paradossalmente, più continuo (tristemente più continuo) al nostro tempo.

L'isola di Robinson infatti non è un'isola: è un pretesto, l'occasione per un cimento esistenziale e sociale, altrimenti come potrebbe, il naufrago, imparare proprio lì il segreto dell'imprenditoria e dell'organizzazione borghese della vita? Naturalmente c'è cimento e cimento: ben altro è lo spirito di un romanzo come Il signore delle mosche di William Golding, in cui il naufragio su un'isola riporta a uno stato di ferinità gli educatissimi allievi di un college inglese, come se Golding avesse incrociato il Robinson con Il richiamo della foresta. Incrociamo invece Stevenson con D'Annunzio e abbiamo Salgari, che un giorno, osservando una cartina del Borneo, posò il dito sopra un puntolino chiamato Mompracem non per altro che per la musicalità di quel nome; da quel puntolino radioattivo sappiamo poi quale epopea sia derivata.

 

Naturalmente non è necessario essere scrittori per vagheggiare un'isola: non per questo si può negare che il fascino insulare, anche per la persona più illetterata, abbia qualcosa di intimamente romanzesco. Come un romanzo l'isola è un mondo circoscritto e assoluto, un mondo nel quale noi stessi veniamo “risemantizzati”. In una delle Isole della Fortuna (identificabili con le Canarie) Rinaldo si dimenticò dei suoi doveri di crociato e visse il suo romanzo d'amore con Armida.

Come Rinaldo anche il moderno viaggiatore cerca l'altrove e la discontinuità, illudendosi che il soggiorno su un'isola abbia un'intensità maggiore che sulla terraferma (immagino che chi parta, chi proprio in questi giorni stia partendo per un'isola greca o turca o croata, non sia semplicemente attratto dalle lusinghe paesaggistiche e climatiche, ma conti più o meno inconsciamente sul fatto che l'isolamento lo aiuti a “staccare”, quasi con l'azzardo di chi potrebbe non tornare più indietro); la letteratura ci ricorda invece che è spesso la terraferma a contenere più delle isole, siano l'Overlook Hotel di Shining o la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari.

 

In ogni caso sono sempre gli scrittori ad alimentare il prestigio delle isole: Jules Verne scelse un'isola come teatro e palestra della sua pedagogia scientifica (L'isola misteriosa), e sempre su un'isola, una ventina d'anni dopo, collocò i mostruosi esperimenti genetici che di quello stesso scientismo erano la degenerazione (L'isola del dottor Moreau): in entrambi i casi l'ambientazione non era necessaria, pure contribuì non poco al successo dei romanzi.

Il dottor Moreau, nel film tratto dal libro, era Marlon Brando, che precedentemente, negli Ammutinati del Bounty, era stato Christian Fletcher. Del set di quel film faceva parte anche Tetiaroa, un atollo polinesiano dove avevano soggiornato alcuni dei ribelli: terminate le riprese, Brando lo acquistò per la figlia Cheyenne, ma quello che doveva essere un Eden si rivelò per tutta la famiglia Brando un inferno: fidanzata a un polinesiano, Cheyenne visse anni di maltrattamenti e alcolismo fino a suicidarsi dopo un terribile incidente che la sfigurò; ritenuto responsabile, il fidanzato venne ucciso dal figlio di Brando, Christian. Se si pensa che l'idillio polinesiano degli ammutinati del Bounty terminò quando Christian Fletcher e i suoi si scontrarono sanguinosamente con gli indigeni, non si può non rimanere impressionati dalle coincidenze: storia, letteratura, cinema, star system, cronaca nera, onomastica, tutto si tiene.

 

Lo stesso tema dell'isola paradisiaca che si rivela infernale ha ascendenze letterarie, dall'isola di Circe a quella di Tsalal nel Gordon Pym di Poe alla Typee di Melville. Ulisse è tanto più un esule (ex-sul) quanto più la sua meta è un'isola (in-sul): ma se a lui sarà dato tornarvi, altri dovranno barattare l'isola-madre con l'isola-matrigna, come Foscolo nato a Zacinto e morto in Inghilterra, o Napoleone nato in Corsica e morto a Sant'Elena. Voler tornare all'isola natale, siano necessari dieci anni o le 24 ore di un Bloomsday, è un modo per negare il tempo e la storia: non per niente nel romanzo di formazione chi parte da un'isola se la lascia alle spalle per sempre, come l'Arturo Gerace di Elsa Morante (o come il piccolo Vito Corleone: ancora Brando!).

 

Un posto a sé meritano le isole-carcere, isole ormai inseparabili dalla loro aura romanzesco-cinematografica come If o l'Isola del Diavolo o Alcatraz. Metafisicamente parlando è un carcere anche Villings, l'isola in cui Bioy Casares, in uno dei romanzi più belli del Novecento (L'invenzione di Morel), ha immaginato che uno scienziato imprigionasse gli ologrammi di alcune persone per eternare la conversazione e gli sguardi, e quindi l'amore, fra se stesso e la donna amata, conversazione e sguardi che si ripetono identici all'infinito grazie a un proiettore regolato dalle maree: al naufrago sopraggiunto, invidioso di quella divina autosufficienza, non resterà che entrare nella macchina per morire e rinascere a sua volta come ologramma fra gli ologrammi, bellissima metafora dell'arte che dalla vita ricava la forma.

Quanto a Stevenson, non ebbe bisogno dell'invenzione di Morel: gli bastò trasferirsi in una delle isole Samoa e farsi chiamare Tusitala, “raccontatore di storie”.