Seminatori di grano

di Gianmaria Testa

Ho fatto in tempo, da bambino, a imparare la semina del grano a mano. Era praticata ormai soltanto nei campi piú piccoli e difficili da lavorare con un trattore e la macchina da semina. Ci si metteva il sacco di iuta a tracolla con l’apertura verso la mano destra e poi si partiva. Al primo passo s’infilava la mano nel sacco cercando di prendere sempre la stessa quantità di grano, al secondo si faceva un largo gesto con il braccio e si apriva il pugno in maniera da spargere i semi in modo uniforme davanti e a lato del proprio corpo in movimento. A dirlo cosí sembra facile, in realtà quello è stato forse il lavoro piú difficile che mi sia capitato di fare quando lavoravo con mio padre, e non credo di essere mai veramente riuscito a impararlo bene. Richiedeva coordinazione, calma, attenzione, ritmo, passo regolare, mano ferma e testa sgombra da altri pensieri. Tutto doveva confluire in quel gesto ripetuto, in quel camminare dritto e senza esitazioni. C’era qualcosa di definitivo e fiero, e c’era anche un’intrinseca speranza di raccolto propizio.

Mi rendo conto soltanto adesso che la semina del grano a mano assomigliava a una preghiera, una specie di rosario fatto di gesti invece che di Avemarie e Paternoster. Era come una lunga e sudata giaculatoria. Ed era un lavoro da uomini adulti, gente che avesse masticato la fatica della terra, gente che nelle mani dure e nella schiena avesse memoria di quanto fosse costato portare quella terra a essere pronta a custodire, e poi a crescere, il grano. Forse è per questo che mio padre, che in genere s’innervosiva in fretta, sul seminare a mano è stato piuttosto paziente. O forse semplicemente sapeva che quel mondo di passi e bracciate stava per finire e non sarebbe piú stato il mio.

Ho incontrato e riconosciuto nel passo e negli occhi di certi anziani contadini quel piglio da seminatori di grano e l’ho ritrovato anche nei personaggi di uno dei quadri simbolo del Novecento italiano, Il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Tutti conoscono quelle figure, i due uomini e la donna con il figlio in braccio che avanzano in testa a un corteo di braccianti, tutti hanno visto in quegli occhi la determinazione e la fierezza di chi sa di avere delle ragioni da difendere e sta andando a farle valere. Anch’io naturalmente, ma piú di ogni altra cosa mi ha sempre colpito il passo, quell’incedere che a me sembrava da seminatori di grano. A Volpedo, nel luogo dove Giuseppe Pellizza ha dipinto il suo quadro, hanno messo delle grandi pietre piatte in mezzo ai sassi tondi dell’acciottolato, segno indelebile delle posizioni nelle quali si trovavano i modelli che il pittore aveva ritratto. Di alcuni di loro, grazie agli appunti di Pellizza, si conoscono nomi e cognomi, la donna era sua moglie Teresa, l’uomo al centro si chiamava Giovanni Zarri e faceva il muratore, l’uomo a sinistra, Clemente Bidone, era un reduce della Terza guerra d’indipendenza. I modelli, regolarmente pagati dal pittore, posarono per molti giorni sotto il sole nell’estate del 1898 in piazza Malaspina, scelta non a caso in quanto sede di un palazzo padronale verso il quale il

Ho incontrato e riconosciuto nel passo e negli occhi di certi anziani contadini quel piglio da seminatori di grano e l’ho ritrovato anche nei personaggi di uno dei quadri simbolo del Novecento italiano, Il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Tutti conoscono quelle figure, i due uomini e la donna con il figlio in braccio che avanzano in testa a un corteo di braccianti, tutti hanno visto in quegli occhi la determinazione e la fierezza di chi sa di avere delle ragioni da difendere e sta andando a farle valere. Anch’io naturalmente, ma piú di ogni altra cosa mi ha sempre colpito il passo, quell’incedere che a me sembrava da seminatori di grano. A Volpedo, nel luogo dove Giuseppe Pellizza ha dipinto il suo quadro, hanno messo delle grandi pietre piatte in mezzo ai sassi tondi dell’acciottolato, segno indelebile delle posizioni nelle quali si trovavano i modelli che il pittore aveva ritratto. Di alcuni di loro, grazie agli appunti di Pellizza, si conoscono nomi e cognomi, la donna era sua moglie Teresa, l’uomo al centro si chiamava Giovanni Zarri e faceva il muratore, l’uomo a sinistra, Clemente Bidone, era un reduce della Terza guerra d’indipendenza. I modelli, regolarmente pagati dal pittore, posarono per molti giorni sotto il sole nell’estate del 1898 in piazza Malaspina, scelta non a caso in quanto sede di un palazzo padronale verso il quale il corteo idealmente si dirigeva a rivendicare giustizia.

Ma tutto questo l’ho scoperto dopo, anche grazie all’ausilio di un gentile e appassionato volontario del Museo Giuseppe Pellizza. Quel quadro invece mi accompagna da sempre, da quando lo vidi per la prima volta riprodotto in un libro di testo alle medie. E sempre ci ho trovato qualcosa di familiare, addirittura un sentimento di déjà-vu, come mi è capitato soltanto leggendo certi romanzi di Fenoglio. In questi ultimi anni, però, alla sensazione di familiarità se n’è aggiunta un’altra. Il quarto stato è diventato per me un termine di paragone fra quella moltitudine in cammino e altre moltitudini contemporanee, anch’esse in cammino, ma senza quel passo e quello sguardo, perché a muoverle non è una volontà di giustizia, a muoverle è la disperazione di chi non ha piú niente da perdere, la piú forte delle energie.

Gianmaria Testa

 

La prefazione di Erri De Luca

Ciao socio, compare, fratello che non mi è capitato in famiglia e che ho cercato intorno, grazie di accomunarmi al libro della tua vita. Hai messo insieme pezzi del tuo tempo senza ricavarne un’autobiografia, perché non riesci a dire di te senza gli altri. Ti scansi dal centro, lasci il tuo capitolo all’ospite di turno. La tua diventa una multibiografia di persone e di luoghi, dove sei anche tu. Leggo una festa di nozze campestri a gola piena di canti, leggo Jean-Claude Izzo scrittore di Marsiglia commosso da una canzone di Roberto Murolo perché la cantava suo padre, e poi Torino metallica e meccanica con il mercato di Porta Palazzo dove inventi una nascita d’inverno ma con i fiori e il fiato che svapora.

Leggo Tino salvato in mare, sbarcato al molo di nostra madre terra Lampedusa, tenuto in vita da due occhi di donna sconosciuta, insaccata nello stesso viaggio, separato da lei allo smistamento, rivista mai più. Leggo una ragazza da stazione, mezza assiderata da caricare in auto per darle, e non comprarle, il calore. E gli uomini che si affacciano al parabrezza per strofinare il vetro e quelli che chiedono con il palmo vuoto la moneta del passante, viceré della provvidenza, dissociato tra rigetto e abbraccio. Leggo il violinista albanese e il venditore di tappeti Abdel, i figli aspettati nel corridoio di una sala parto, i genitori contenti della tua divisa ferroviaria, leggo la tua folla per cercarti nel tempo precedente ai nostri incontri. Poi sono venute sui palchi le nostre ore liete e concrete, insieme a Gabriele Mirabassi, poi solo noi due. Leggo la tua vita numerosa di altri, la tua scrittura a maglia di catena che li tiene insieme.

Insieme siamo andati dietro all’emigrazione cetacea venuta a spiaggiarsi da noi. È una balena bianca nutrita con il plancton delle vite disperse e trasportate, il mare in persona che le nutre e se ne nutre, il mare che per noi non potrà più somigliare a quello delle gite, da quando abbiamo visto i viaggiatori in corpo alla balena bianca. Noi che siamo il contrario di Achab. Intitoli Da questa parte del mare le tue pagine di uomo di entroterra, intriso di onde come un pescatore di coralli. E io, nato sul bordo del Tirreno, ho pescato fossili marini sulle Dolomiti. Siamo del Mediterraneo, da Marsiglia al Cairo, da Istanbul a Barcellona. Apparteniamo al vasto meridione del mondo, eravamo fatti per incontrarci in qualche piazza affollata e forse ci eravamo già sfiorati in qualche baraonda. Su tuo invito sono salito sulle tavole rialzate di un palco, chiamando con noi il nostro cavaliere preferito, il sobbalzato, lo scaraventato, il disarcionato Chisciotte. Abbiamo amato i pellegrini per vocazione e quelli per forza maggiore. Li abbiamo accolti nei canti e nelle stanze, inaugurando per tempo un principio di coro. Noi li guardiamo da questa parte del mare, sapendo di stare dalla stessa parte di tempo, di campo, di mare.