La costa dei sogni infranti

Non ne nacque una storia d'amore. Eppure l'incontro delle loro vite continua a suscitare il fremito misterioso di un'avventura drammatica. Purtroppo incompiuta, secondo i nostri ideali romantici. La diciottenne Eva Carmichael e il giovane allievo ufficiale Tom Pearce furono infatti gli unici superstiti del disastroso naufragio del Loch Ard, un veloce clipper che fece vela dal porto londinese di Gravesend il 10 marzo 1878 e terminò la sua corsa prima di raggiungere il porto di Sydney sfracellandosi contro le scogliere dello Stato del Victoria, la notte del 31 maggio.

Tom trasse in salvo Eva dai marosi ma dopo quella terribile esperienza la giovane – che nell'incidente perse tutta la famiglia – decise di rimpatriare e non rivide mai più il suo salvatore. Eva e Tom furono comunque fortunati: prima e dopo di loro centinaia di passeggeri persero la vita in uno dei tratti di costa più impervi del mondo, spettatore inesorabile di oltre 80 naufragi e 700 incidenti, e che per questo si aggiudicò il nomignolo di Shipwreck Coast (costa dei naufragi).

 

Centotrenta chilometri di scogliere battute dalle onde oceaniche che corrono tra Port Fairy e Cape Otwaye che coincidono in larga parte con il tratto più affascinante di una delle strade panoramiche più note al turismo internazionale: la Great Ocean Road. Il più delle volte però i visitatori-automobilisti qui vanno di fretta, fermandosi solo alle soste canoniche per qualche scatto d'ordinanza e la mente già proiettata verso la tappa successiva.

Si perdono il lato più intimo della grande strada costiera, quello appunto legato alla sua storia marinara e alla sua fama di secondo litorale più pericoloso al mondo dopo Capo Horn. Per esempio seguendo, seppur solo per brevi tratti, la Great Ocean Walk (la grande camminata oceanica), quella serie di percorsi e sentieri che consentono di seguire a passo d'uomo, invece che di auto, il profilo ispido eppure avvincente di questa costa.

Discesi 366 scalini lungo una ripida scogliera, si può raggiungere Wreck Beach, la spiaggia dei relitti (nei pressi di Moonlight Head). Il vento soffia implacabile, il mare ruggisce lanciandosi contro l'arenile con le sue onde oceaniche, l'alta marea avanza pronta a spazzare via, nel giro di poche ore, ogni traccia di spiaggia e di orme umane. Appena superato il primo promontorio, si vede l'ancora corrosa dalla salsedine del Marie Gabrielle, il tre alberi che qui si sfracellò nel 1864.

Stesso destino che toccò al Fiji: il bastimento s'incagliò su questo stesso lido il 6 settembre 1891, a 300 metri dalla riva; l'ancora, conficcata fra gli scogli in posizione verticale a futura rimembranza, si trova qualche centinaio di metri più avanti rispetto a quella del Marie Gabrielle.

Il naufragio del Fiji fu particolarmente drammatico perché diluito nel tempo, con quasi due giorni di vani tentativi di calare in acqua le scialuppe di salvataggio, i 26 uomini dell'equipaggio costretti a cercare rifugio avvinghiati al bompresso e i soccorritori a rischiare la vita (uno morì) per trarre in salvo chi, cercando di raggiungere la riva aggrappato a una cima di salvataggio, cedeva alla forza travolgente delle onde.

 

Eppure, a dispetto dei pericoli e delle centinaia di avvenimenti tragici che si verificarono lungo la Shipwreck Coast, tutte le navi provenienti dall'Europa facevano rotta attraverso queste acque. Almeno da quando nel 1798 l'esploratore inglese Matthew Flinders – smentendo l'idea che la Tasmania fosse unita al continente australiano – scoprì l'esistenza di quello che sarebbe passato alla geografia come lo Stretto di Bass. Una «fessura» di 40 chilometri fra Cape Otway e King Island, in Tasmania, grazie alla quale il viaggio dall'Inghilterra a Melbourne e Sydney si accorciava di due settimane.

 

«Allora, entrare in quello Stretto era come cercare di entrare nella cruna di un ago», ricorda l'architetto e storico Donald Walker, cresciuto in questa regione. «Per cercare di infilarlo, sfruttando i venti favorevoli, dopo aver veleggiato per 15 mila chilometri senza mai avvistare terra e senza i precisi strumenti di rilevazione odierni, i vascelli dovevano spingersi molto a Sud, entrando nel Circolo polare antartico e rischiando di speronare qualche iceberg».

Fu solo dopo una serie di tragici naufragi (tra cui quello del Cataraqui, che nel 1845 s'infranse contro le scogliere di King Island, altresì detta Graveyard Island, «l'isola cimitero», con la perdita di 406 persone, in gran parte donne e bambini) che le autorità si decisero a costruire due fari all'imboccatura dello Stretto.

Quello lungo la costa del Victoria, inaugurato nel 1848, si erge tuttora sull'alto sperone roccioso di Cape Otway ed era la prima luce che i naviganti avvistavano dopo mesi di navigazione in pieno oceano e in condizioni estreme («Chi viaggiava in terza classe – in mezzo a 300, 400, a volte anche 500 persone – era rinchiuso nella stiva, aveva a disposizione meno di 2 metri quadrati di spazio ed era costretto a vivere in condizioni igieniche pesantissime. Quasi mai gli era consentito di uscire in coperta», racconta Craig Donahoo, la guida del faro).

Oggi il faro non è più in funzione ma il fascino delle storie e degli eventi che evoca aleggia nell'aria, mentre ci si prepara un barbecue sulla veranda dell'abitazione in pietra che un tempo ospitò il guardiano e la sua famiglia o si sorseggia una tazza di tè nel caffè ricavato dalla vecchia dimora degli assistenti del guardiano.

«Primache qui arrivasse l'elettricità, nel 1939», spiega Donahoo, «ogni notte il guardiano del faro e i suoi aiutanti facevano turni di 4 ore per mantenere accese le ventuno lampade alimentate a olio di balena (e in seguito a kerosene) necessarie a illuminare gli specchi riflettenti. Andavano costantemente controllate per evitare che facessero fumo e impedissero alla luce di riflettersi e quindi di essere avvistata: per chi era in mare era questione di vita o di morte».

Una responsabilità che Henry Bayles Ford sostenne come guardiano del faro per 30 anni, durante i quali non fece mai mancare la luce della speranza ai naviganti. Anche quando nel 1851 i suoi assistenti lo lasciarono all'improvviso per partecipare alla frenetica corsa all'oro e si ritrovò a far funzionare il faro da solo, isolato nel suo eremo marino: una nave passava ogni sei mesi a lasciare rifornimenti; la prima cittadina era a una giornata di cavallo di distanza.

 

Il faro, il suo piccolo museo, la vecchia stazione del telegrafo, i pernottamenti nell'ex dimora del guardiano, le serate trascorse ad ascoltare storie marinare sotto i cieli stellati dell'emisfero australe non sono solo chicche preziose per viaggiatori dai tempi e dai gusti lenti. «Anche molti australiani vengono qui, in cerca di un collegamento col passato. Per me e per i miei connazionali questi sono luoghi speciali», dice Walker, «così come lo sono per gli aborigeni, che considerano Cape Otway una zona sacra. Anch'io discendo da coloro che tra il 1840 e il 1890 arrivarono qui a bordo di un veliero dopo aver affrontato il più lungo e il più pericoloso dei viaggi per mare di quell'epoca. Spesso si trattava di poveri contadini del Galles, dell'Irlanda o della Scozia che magari non avevano mai visto il mare. E la luce di questo faro per loro era il primo raggio di speranza non solo di un viaggio ma di una vita. Luoghi come questi ci spronano a non dimenticare quella gente. E a ricordare, sei generazioni dopo, che qui siamo tutti figli di immigrati».