Il taccuino di viaggio alle isole Eolie di Alexandre Dumas

Palermo lunedì 5 ottobre 1835
Come il capitano ci aveva detto, trovammo il nostro equipag gio al porto. A venti o trenta passi dalla riva, la nostra piccola speronara ondeggiava vivace, armoniosa e leggera tra i grandi bastimenti, simile a un alcione tra un nugolo di cigni. [...] Fu con vivo piacere, lo confesso, che mi riunii ai miei bravi e buoni marinai sulla coperta così ben pulita e lustra della nostra speronara. Infilai la testa nella cabina: i nostri due letti erano perfettamente in ordine. Dopo tante lenzuola dalla pulizia alquanto dubbia, era un vero piacere vederne di un candore così abbagliante. [...] Eravamo appena arrivati a bordo che la nostra speronara si mosse, scivolando dolcemente sotto lo sforzo dei quattro rematori, e ci allontanammo dalla riva. Ai nostri occhi iniziò allora a delinearsi Palermo in tutta la sua magnificenza, dapprima come agglomerato confuso, poi allargandosi,   allungandosi, estendendosi in bianche ville sparpagliate tra aranceti, querce e palme. [...]

6 ottobre, Alicudi e Lipari
Al nostro risveglio, il vento ci aveva spinto a nord; navigavamo di bolina per doppiare Alicudi, ma lo scirocco e il grecale che soffiavano insieme facevano a gara a non permettercelo. Per conciliarli o dar loro il tempo di calmarsi, ordinammo al capitano di accostare il più possibile all'isola e di mettersi in panna. [...]
Alicudi è l'antica Ericodes di Strabene, il quale, come tutti gli antichi, conosceva solo sette isole Eolie: Strongyle, Lipara, Vulcania, Didyme, Phoenicodes, Ericodes ed Evonimos. [...] È difficile imbattersi in qualcosa di più triste, più tetro e desolato di quest'isola infelice che forma il lato occidentale dell'arcipelago delle Eolie.È un angolo della terra dimenticato al momento della creazione, è rimasto al tempo del caos. Nessun sentiero raggiunge la sua vetta o seguele sue coste; alcune piste tortuose, scavate dalle acque piovane, sono gli unici camminamenti offerti ai piedi martoriati dalle pietre taglienti e dalle asperità della lava. Su tutta l'isola non un albero, non uno spicchio di verde su cui riposare gli occhi; soltanto, sul fondo di qualche gravina, tra gli interstizi delle scorie vulcaniche, rari steli di quell'erica che ha indotto Strabene a chiamarla, a volte, Ericusa. Eppure, su questo cantuccio di lava rossastra vivono in misere capanne centocinquanta o duecento pescatori, che hanno cercato di sfruttare le rare briciole di terreno sfuggite alla distruzione. [...]
Lipari, con la sua roccaforte costruita su una rupe e le sue case che assecondano le curve del terreno, offre un'immagine delle più suggestive. [...] Appena entrati nel porto ci mettemmo alla ricerca di un albergo.
Cercammo da un capo all'altro della città: né la più piccola insegna né il più misero ostello. Ce ne stavamo là [...] quando scorgemmo una gran ressa davanti a una porta; ci avvicinammo fendendo la folla e vedemmo un morticino di sei o otto anni adagiato su un povero giaciglio. Eppure la sua famiglia non sembrava particolarmente afflitta; la nonna s'occupava delle faccende domestiche, un altro bimbo di cinque o sei anni giocava rotolandosi per terra con due o tre lattonzoli. Solo l amadre sedeva ai piedi del letto, ma, invece di piangere, parlava al cadaverino a una velocità tale che non riuscivo ad afferrare una parola. Domandai a un vicino quale fosse la ragione di quello sproloquio, ed egli mi rispose che la madre stava affidando al figlio dei messaggi per il padre e il nonno, morti l'uno l'anno precedente e l'altro tre anni prima; tali messaggi erano alquanto sorprendenti: il figlio aveva l'incarico d'informare l'artefice dei suoi giorni che sua madre stava per rimaritarsi, e che la scrofa aveva scodellato sei cinghialetti belli come angeli. In quel momento due francescani vennero a portar via il cadavere. [...] Il feretro non aveva ancora superato la soglia che già la madre e la nonna si mettevano a riordinare il letto per cancellare anche l'ultima traccia di quanto era accaduto. [...]
Dalla cima di Campo Bianco si dominava l'intero arcipelago; così come la visuale che ci circondava era magnifica, altrettanto quella che si spiegava sotto di noi era cupa e desolata. Lipari non è altro che un ammasso di pietre e di scorie; dalla distanza a cui eravamo, persino le case sembravano dei cumuli di pietre affastellate alla rinfusa, e su tutta l'isola a malapena si distinguevano due o tre macchie di verde che sembravano, per servirmi della definizione di Sannazzaro, dei frammenti di cielo caduti sulla terra. [...]

7 ottobre, Vulcano
Un tratto di mare largo appena tre miglia separa Lipari da Vulcano. [...] Vulcano, simile all'ultimo relitto d'un mondo devastato dal fuoco, si protende dolcemente in mezzo al mare che sibila, freme e ribolle tutt'intorno a lui. È impossibile, neanche dipingendola, rendere l'immagine di questa terra sconvolta, arroventata e quasi fusa. Non capivamo, alla vista di quella straordinaria apparizione, se il nostro viaggio era solo un miraggio e se quella terra fantastica sarebbe svanita davanti a noi nel momento in cui avremmo creduto di posarvi il piede. [...]
Iniziammo a salire verso il cratere del primo vulcano; a ogni passo udivamo la terra risuonare sotto i nostri piedi come se stessimo camminando su delle catacombe. (...]

Dopo una seconda arrampicata di circa un'ora ci trovammo sul ciglio del secondo vulcano; al suo interno, in mezzo al fumo che fuoriusciva dal centro, scorgemmo una miniera intorno alla quale s'affannava un'intera popolazione. Ci vollero circa venti minuti per raggiungere il fondo di quella immensa caldaia; via via che scendevamo, il calore del sole, combinandosi con quello della terra, diveniva più intenso. Arrivati alla fine della discesa fummo obbligati a fermarci un momento: l'aria era appena respirabile. [...]

Sarebbe stato difficile vedere qualcosa di più bislacco dell'aspetto di quegli infelici forzati: a seconda dei diversi filoni di roccia a cui lavoravano, avevano finito coll'assorbirne il colore; alcuni erano gialli come canarini, altri rossi come gli uroni, questi infarinati come pagliacci e quelli tinti con il bistro come mulatti. Non era facile credere, di fronte a quella mascherata giottesca, che ciascuno degli uomini che ne facevano parte era lì perché aveva rubato o perché aveva ucciso. La nostra attenzione era stata attratta in particolare da un ragazzetto d'una quindicina d'anni dalla figura aggraziata come quella d'una fanciulla. Chiedemmo qual era il suo reato: all'età di dodici anni aveva ucciso con una coltellata un domestico della principessa di Cattolica. [...]

Panarea e Stromboli, 8 ottobre
Ci risvegliammo di fronte a Panarea. Il vento era stato contrario tutta la notte e, malgrado i nostri uomini si fossero dati il cambio alla voga, non avevamo fatto molta strada: eravamo ad appena due miglia da Lipari. Il mare era perfettamente calmo: diedi quindi ordine al capitano di mettersi all'ancora e di fare le provviste per la giornata, ma soprattutto di non dimenticare le aragoste. [...] Dopo circa un'ora di sosta a Lisca Bianca, vedemmo la speronara che iniziava a muoversi e si avvicinava a noi. [...] Il capitano aveva eseguito alla lettera il mio ordine: aveva fatto una tale scorta di astici e di aragoste che non si sapeva più dove posare i piedi, tanto il pontene era invaso; diedi ordine di metterli tutti assieme e di contarli: ce n'erano quaranta. Rimproverai allora il capitano, accusandolo di volerci rovinare, ma lui mi ribatté che avrebbe preso per sé quelli che non volevo, visto che non era possibile trovarne di così a buon mercato; veramente, quando ci rese il conto, dimostrò che la spesa assommava a dodici franchi: aveva comprato in blocco l'intera pescata d'una barca a due soldi la libbra. L'escursione a Lisca Bianca ci aveva risvegliato un tremendo appetito; demmo perciò istruzioni a Giovanni di mettere in pentola per noi e per l'equipaggio i sei esemplari più grossi di quella bella compagnia, poi, per non far mancare nulla al nostro spuntino, facemmo portare dalla cambusa sei bottiglie di vino. [...]
Arrivammo a Sfromboli verso le sette di sera. [...] Dieci minuti dopo eravamo ormeggiati a sessanta passi dal versante settentrionale della montagna. Era nelle profondità di Stromboli che Bolo teneva incatenati luciantes ventos tempestatesque sonoras. Al tempo del cantore di Enea, quando Stromboli si chiamava Strongyle, certamente l'isola non era ancora conosciuta per quello che è e andava preparando nelle sue viscere quelle infuocate eruzioni cicliche che ne fanno il vulcano più gentile della terra. Con Stromboli, infatti, si sa cosa aspettarsi: non è come il Vesuvio o l'Etna, che per una seppur minima eruzione fanno attendere il viaggiatore anche tre, a volte cinque, a volte dieci anni. Mi si dirà che ciò dipende senza dubbio dal posto che essi occupano nella gerarchla delle montagne che eruttano fuoco, un posto che consente loro di fare gli aristocratici come più gli aggrada: è vero; cionondimeno bisogna ringraziare Stromboli di non essersi illuso neppure un istante sulla sua posizione sociale, e d'aver capito di essere solo un vulcano tascabile al quale nemmeno si presterebbe attenzione se si rendesse tanto ridicolo da darsi delle arie. In difetto di qualità, dunque, Stromboli ripiega sulla quantità. E infatti non ci fece aspettare. Dopo appena cinque minuti di attesa si udì un rimbombare sordo, seguito da una detonazione simile a quella di una ventina di pezzi d'artiglieria che si mettessero a sparare tutti insieme, e un lungo getto di fuoco s'innalzò in aria per poi ricadere in una pioggia di lava; una parte di tale pioggia rientrò nel cratere del vulcano. Mentre l'altra, scivolando lungo il pendio, precipitò come un torrente di fuoco e andò a estinguersi sfrigolando nel mare. Il fenomeno si ripeté dopo dieci minuti, e così fu a intervalli di dieci minuti per tutta la notte. Confesso che quella fu la notte più straordinaria della mia vita.

9 ottobre, Stromboli
[...] Erano quasi le otto del mattino: per salvaguardare la nostra ascensione dalla troppa calura ci mettemmo subito in marcia. La vetta
di Stromboli è a soli dodici, quindicimila piedi sopra il livello del mare,
ma la sua pendenza è così ripida che non la si può affrontare in linea retta: bisogna sempre zigzagare. All'inizio, uscendo dal villaggio, il cammino era stato facile: s'inerpicava in mezzo ai vigneti carichi di quell'uva che costituisce tutto il commercio dell'isola; i grappoli ne pendevano in così gran numero che chiunque ne coglieva a piacere senza neanche pensare a chiedere il permesso al proprietario. Una volta usciti dalla zona delle vigne, però, non c'era più alcun sentiero e dovemmo procedere a caso, cercando il terreno più facile e le pendenze meno scoscese. Malgrado tutte queste precauzioni, arrivò il momento in cui fummo costretti a salire carponi; ma salire non era niente: confesso che, superato quel
punto e voltatomi indietro, lo vidi così ripido e a picco sul mare che chiesi terrorizzato come avremmo fatto a ridiscendere. Le guide risposero che saremmo scesi da un altro versante, e questo mi tranquillizzò un poco. [...] Il cratere di Stromboli ha la forma d'un enorme imbuto, al fondo e nel mezzo del quale c'è un'apertura attraverso cui un uomo riuscirebbe a malapena ad entrare e che comunica con il camino nel cuore della montagna. È questa apertura, simile alla bocca d'un cannone, a scagliare un nugolo di proiettili che, ricadendo nel cratere, si trascinano dietro pietre, ceneri e lava, le quali, rotolando verso il fondo, otturano l'imbuto. Allora il vulcano, sentendosi compresso dall'occlusione della sua valvola, sembra radunare le forze per qualche minuto; ma nel giro d'un istante i suoi polmoni iniziano ad ansimare e si sente un mugghio sordo correre lungo i fianchi erosi della montagna. Infine la cannonata esplode ancora una volta, lanciando a duecento piedi sopra la cima più alta nuove pietre e nuove lave che, ricadendo e otturando la bocca di sfiato, preparano una nuova eruzione. Visto da dove ci trovavamo noi, cioè dall'alto verso il basso, è uno spettacolo superbo e orrido a un tempo; a ogni convulsione che la montagna vive nelle sue viscere la si sente tremare sotto di sé e sembra che stia per spaccarsi; poi arriva l'esplosione, simile a un gigantesco albero di fico e fumo che agita le sue foglie di lava. Mentre ammiravamo quella meraviglia, il vento cambiò d'un tratto: ce ne accorgemmo dal fumo del cratere che, invece d'allontanarsi da noi come aveva fatto sino ad allora, piegò su se stesso come una colonna che crolli e si diresse verso di noi, avvolgendoci nelle sue spire prima che avessimo il tempo di sfuggirgli. Al contempo,la pioggia di lava e pietre, sollecitata dalla stessa forza, cadde tutt'attorno a noi: rischiammo di venir soffocati dal fumo e insieme di essere uccisi o arsi dai proiettili. Ci ritirammo dunque tutti precipitosamente verso un altro pianoro, più basso d'un centinaio di piedi e più vicino al vulcano [...].
Quello stesso giorno, alle quattro del pomeriggio; uscimmo dal porto. Il tempo era magnifico, l'aria tersa, il mare appena increspato. [...] Avevamo concluso la nostra esplorazione di tutto quel favoloso arcipelago che Stromboli illumina come un faro.

Dal libro: Escursione alle Eolie, pubblicato dalla Galleria Nuage di Milano