Il pinguino imperatore

di Jonathan Franzen

La notte prima di arrivare al circolo polare, Doug ci avvertì che avrebbe svegliato per interfono, anche alle prime luci del giorno, i passeggeri che volessero affacciarsi a vedere la «linea magenta» (scherzava) nel momento in cui la attraversavamo. E lo fece, alle sei e mezza, con un'altra battuta sulla linea magenta. Mentre la nave si avvicinava rapidamente all'obiettivo, Doug si esibì in un solenne conto alla rovescia partendo da cinque. Quindi si congratulò con «tutte le persone a bordo» e Tom e io tornammo a dormire.

Solo in seguito apprendemmo che la Orion aveva raggiunto il circolo polare antartico molto prima delle sei e trenta – in un orario in cui si esita a svegliare dei milionari, quando è troppo buio per fare foto. Venne fuori che Chris si era svegliato prima dell'alba e aveva seguito le coordinate della nave sullo schermo tv della sua cabina. L'aveva vista rallentare, virare verso ovest, quindi eseguire un'inversione di marcia e procedere in direzione nord per guadagnare tempo.

Anche se Doug rappresentava l'immagine dirigenziale di un marchio con aspetti da setta, avevo simpatia per lui. Stava terminando la sua prima stagione da capo spedizione Lindblad, era palesemente esausto e sotto pressione per rendere indimenticabile il viaggio a dei clienti che, non essendo dopo tutto dei plutocrati, si attendevano che valesse la spesa. A quanto mi era dato sapere Doug era poi, oltre me, l'unico ornitologo serio al punto di tenere traccia delle specie che aveva avvistato. Aveva smesso di elencarle, ma una sera, facendo il riepilogo, mi raccontò un aneddoto divertente sulla sua disperazione per non essere riuscito a vedere neppure un anthus nel corso del suo primo viaggio in Georgia del Sud. Se non fosse stato freneticamente occupato a soddisfare i bisogni di una nave di cacciatori di immagini, mi sarebbe piaciuto molto conoscerlo meglio.

Va anche detto che l'Antartide fu all'altezza dell'entusiasmo di Doug. Mai prima di allora mi era capitato di vedere panorami di bellezza abbacinante al punto da non riuscire a elaborarla, a registrarla come realtà. Un viaggio considerato a priori irreale mi aveva condotto in un luogo altrettanto irreale, ma in senso più positivo.

 

Il riscaldamento globale rischierà anche di compromettere la calotta occidentale del continente, ma l'Antartide è ben lungi dal sciogliersi. Su entrambi i versanti del canale Lemaire svettavano montagne scure, altissime, ma non tanto da essere semplicemente innevate; erano sepolte fino alla vetta in un cumulo di neve scavato dal vento, le rocce visibili solo sulle pareti più verticali. Riparata dal vento, sotto un cielo grigio solido, l'acqua era vitrea, di un nero assoluto, puro come lo spazio siderale. In mezzo alla monocromia infinita di nero e bianco e grigio sbalordiva il blu del ghiaccio polare. Qualunque sfumatura assumesse – l'azzurrognolo dei blocchi oscillanti nella nostra scia, l'oltremare dei castelli galleggianti con tanto di arcate e stanze, il celeste polistirolo dei ghiacciai indistacco – i miei occhi si rifiutavano di considerarlo un colore naturale. Ogni volta ero incredulo al punto che mi scappava da ridere. Immanuel Kant aveva collegato il sublime al terrore, ma per la mia esperienza in Antartide, dall'alto di una nave con ascensore in vetro e ottone e un ottimo espresso, era più simile a un misto di bellezza e assurdo.

 

Proseguimmo il viaggio per mari lisci e inquietanti. Nessuna opera dell'uomo in vista, sulla terra, sui ghiacci e sull'acqua, né costruzioni né altre navi, e sul ponte di osservazione a prua il rumore dei motori della Orion non arrivava. Stare là in silenzio con Chris e Ada, a scrutare il paesaggio in cerca di procellarie, faceva sentire soli, sospinti verso la fine del mondo da una qualche corrente invisibile, invincibile, come sul Veliero dell' Alba di Narnia. Ma quando entrammo nel pack e ne fummo circondati, servivano immagini. Fu messo in moto rumorosamente uno Zodiac e venne lanciato il drone australiano.

Più tardi, nel fiordo di Lallemand, prossimo all'estrema latitudine sud toccata dalla nostra spedizione, Doug annunciò un'altra «operazione». Il capitano sarebbe approdato sull'enorme nevaio alla sommità del fiordo e avremmo poi potuto scegliere se fare un giro in kayak o una passeggiata sul ghiaccio. Sapevo che il fiordo rappresentava l'ultima speranza di vedere un pinguino imperatore; in viaggio era probabile avvistare altre specie di pinguini, ma gli imperatori raramente si avventurano a nord del Circolo polare antartico. Mentre il resto dei passeggeri correva in cabina a indossare il salvagente e gli stivali tecnici, portai un telescopio sul ponte di osservazione. Scrutando il nevaio, disseminato di foche mangiatrici di granchi e di piccoli di pinguini di Adelia, intravidi immediatamente un uccello dall'aspetto poco familiare. Sembrava che avesse un tassello colorato nella regione delle orecchie e una macchia gialla sul torace.

 

Pinguino imperatore? L'immagine ingrandita era sfocata e mossa, gran parte del corpo dell'uccello era nascosto dietro un piccolo iceberg e quest'ultimo, o la nave, fluttuavano. Prima che riuscissi a vederlo bene, l'uccello venne completamente oscurato dall'iceberg.

Che fare? I pinguini imperatore sono forse gli uccelli più grandi al mondo. Alti un metro e venti, famosi protagonisti de La marcia dei pinguini, incubano le uova durante l'inverno antartico a distanza di centinaia di metri dal mare, i maschi si stringono l'un l'altro per scaldarsi, le femmine trotterellano o slittano in acqua per procurare il cibo, tutti eroici come Shackleton.

Ma l'uccello che avevo intravisto era distante ottocento metri buoni e io sapevo di essere stato già fonte di un noioso ritardo per il gruppo e di avere alle spalle una penosa serie di errori di identificazione. Che possibilità avevo di puntare a casaccio un telescopio sul ghiaccio e beccare subito la specie più agognata della spedizione? Mi pareva di non essermi inventato la macchia gialla e il tassello colorato. Ma a volte l'occhio dell'ornitologo vede ciò che vuol vedere.

Dopo un momento di riflessione esistenziale, consapevole che avrei deciso il mio destino, scesi in fretta sul ponte di coperta e incontrai il mio preferito tra i naturalisti dello staff, che correva per unirsi all' operazione guidata da Doug. Tirandolo per la manica gli dissi che pensavo di aver avvistato un pinguino imperatore.

«Un imperatore? Ne è proprio sicuro?».

«Al novanta per cento».

«Va bene, verificherò», disse staccandosi da me.

Non mi sembrava intenzionato a far sul serio, quindi corsi giù in cabina da Chris e Ada, bussai energicamente alla porta e gli comunicai la notizia. Per fortuna mi credettero. Si tolsero i giubbotti salvagente e mi seguirono sul ponte di osservazione.

Ormai purtroppo non riuscivo più a localizzare il pinguino, i piccoli iceberg erano un'infinità. Tornai in coperta dove un altro membro dello staff, una donna olandese, mi diede una risposta più soddisfacente: «Il pinguino imperatore! È una specie importantissima per noi, dobbiamo dirlo subito al capitano».

 

Il capitano Graser era un tedesco ossuto e energico, probabilmente più anziano di quanto dimostrasse. Mi chiese l'esatta posizione del pinguino. Gliela indicai con la migliore approssimazione possibile e lui comunicò a Doug per radio che la nave doveva spostarsi altrove. Sentii la reazione esasperata di Doug, era nel bel mezzo di un' operazione! Il capitano gli diede l'ordine di sospenderla.

Nel momento in cui la nave prese a muoversi e io pensavo a quanto Doug si sarebbe seccato se mi fossi sbagliato sul pinguino, ritrovai il piccolo iceberg. Chris, Ada e io, in piedi accanto al parapetto, l'osservavamo con i binocoli. Ma non nascondevapiù nulla, quanto meno che potessimo vedere prima che la nave si fermasse e lo aggirasse. Le radio gracchiavano impazienti. Dopo che il capitano ci ebbe incagliati nel ghiaccio, Chris vide tuffarsi in acqua un uccello che prometteva bene.

Poi Ada ebbe l'impressione che fosse risalito dimenandosi sull'icebeg. Chris puntò il binocolo e dopo una lunga osservazione si voltò verso di me e disse impassibile: «Concordo». Ci demmo il cinque. Andai a chiamare il capitano Graser, che guardò nel binocolo e lanciò un grido di giubilo. «Ja, ja,» disse, «pinguino imperatore! Pinguino imperatore! Proprio come speravo!». Disse che mi aveva creduto perché in un viaggio precedente aveva visto un esemplare isolato di imperatore proprio in quella zona. Urlò la sua gioia e prese a saltellare improvvisando un balletto, una vera e propria giga, poi corse ai gommoni per andare a vedere da vicino.

L'imperatore che aveva visto quella volta si era mostrato straordinariamente socievole o curioso e pareva proprio che avessimo ritrovato lo stesso esemplare, perché non appena il capitano gli si avvicinò, si lasciò cadere a pancia sotto e slittò con entusiasmo verso di lui. Doug annunciò per interfono che il capitano aveva fatto una scoperta entusiasmante e che il programma era mutato. I passeggeri già in marcia sul nevaio curvarono in direzione dell'uccello, il resto di noi si ammassò negli Zodiac. Quando io giunsi sul posto erano già in azione trenta fotografi in giacca arancio, in piedi o in ginocchio, con gli obiettivi puntati su un pinguino molto alto e molto bello, vicinissimo a loro.

Avevo comunque preso la silenziosa decisione di alienarmi e non scattare nessuna foto durante il viaggio, ma ora avevo di fronte un'immagine talmente indelebile che la macchina fotografica davvero non sarebbe servita: sembrava che il pinguino imperatore stesse tenendo una conferenza stampa. Mentre affrontava l'esercito dei giornalisti un gruppo di pinguini di Adelia gli occhieggiava alle spalle, quasi fossero suoi assistenti. Dopo un po' allungò serenamente il collo e dando prova di eccezionale equilibrio e flessibilità, ma senza traccia di ostentazione, si grattò dietro l'orecchio con una zampa restando perfettamente eretto sull'altra. Poi, quasi a sottolineare quanto si trovasse a proprio agio con noi, si addormentò.

 

La sera dopo, al momento del riepilogo, il capitano Graser ringraziò calorosamente gli ornitologi. Ci aveva riservato un tavolo speciale in sala da pranzo e ci offrì il vino. Sul tavolo c'era una targa con su scritto "Re Imperatore". Normalmente i camerieri della nave, in maggioranza filippini, si rivolgevano a Tom e a me chiamandoci sir Tom e sir Jon, rendendomi un po' vanaglorioso, alla John Falstaff. Ma quella sera davvero mi sentivo re imperatore. Per tutto il giorno ero stato fermato in corridoio da passeggeri sconosciuti che volevano ringraziarmi o congratularsi con me per aver trovato il pinguino. Finalmente ebbi una vaga idea di come dev'essere per un giocatore della squadra del liceo tornare a scuola dopo aver segnato una meta decisiva in campionato. Da quarant'anni ero abituato a sentirmi sempre l'elemento problematico nei grandi gruppi di persone. Diventare un vincitore, un eroe, anche se solo per un giorno, era per me una novità totale, disorientante. Mi chiesi se con il mio perenne atteggiamento asociale non mi fossi perso qualcosa di fondamentale sotto il profilo umano.