Le zattere di pietra

Il mistero delle isole che si spostano spiegato da un celebre matematico. Piergiorgio Odifreddi racconta come l'arcipelago vulcanico al centro dell'Oceano Pacifico si muova in continuazione come aveva immaginato José Saramago

 

In uno dei suoi singolari esercizi deduttivi, José Saramago immagina che la Penisola Iberica si stacchi dal continente e vada a zonzo per l'oceano, diventando La zattera di pietra del suo romanzo. Naturalmente, l'ipotesi su cui si basa l'intera dimostrazione per assurdo viene presentata come «una pura verità che può essere verificata su qualsiasi carta geografica, purché abbastanza minuziosa da contenere informazioni apparentemente tanto insignificanti, dato che la virtù delle mappe è proprio questa, di mostrare la riduttibile disponibilità dello spazio, e di pronosticare che tutto vi può succedere, e vi succede».

Sembrerebbe solo una fantasia letteraria, senza nessuna pretesa di essere vera, o anche solo verosimile. E invece queste parole acquistano una valenza scientifica se vengono riferite al Pacifico, invece che all'Atlantico: la carta geografica delle isole Hawaii rivela infatti un triplo indizio di un loro reale movimento, che le assimila letteralmente a una flottiglia di zattere di pietra incolonnate nell'oceano. E il triplo indizio consiste nel fatto che le isole delle Hawaii sono quasi tutte vulcaniche, giacciono quasi in linea retta, e la loro disposizione spaziale da sud-est a nord-ovest ne riflette l'ordine di formazione temporale: si passa gradualmente, cioè, da vulcani attivi e paesaggi lavici a vulcani spenti e sempre più ricoperti di vegetazione.

 

È stato John Tuzo Wilson, padre della tettonica a zolle, a proporre nel 1963 come spiegazione del fenomeno, l'esistenza di un punto caldo sul fondo oceanico, simile allo sbocco di un camino verticale posto su una fornace di magma prodotta dalla convezione degli strati superiori del mantello terrestre: la costante fuoriuscita del magma dal punto caldo produce lentamente la formazione di una montagna, dapprima subacquea e poi parzialmente emersa in forma di isola.

Ed è stato William Morgan a capire nel 1971che non è il punto caldo a spostarsi, come aveva originariamente ipotizzato Wilson, bensì la placca pacifica: muovendosi alla velocità di circa dieci centimetri all'anno, essa trascina con sé la montagna e l'allontana lentamente dalla posizione del punto caldo, lasciando così il posto libero per la crescita della successiva.

Alle Hawaii la prossima isola si sta giàformando sotto il livello del mare, e quando sarà sufficientemente elevata la sua punta emergerà a sud-est di Big Island, l'Isola Grande. Questa per ora rimane la più estrema e più recente, e la disposizione dei suoi cinque vulcani testimonia in piccolo il processo di lento allontanamento globale dell'arcipelago dal punto caldo.

I due vulcani nord-occidentali, KohalaeHualalai, sono infatti ormai spenti, e le loro pendici sono ricoperte di bassa vegetazione. Il grande vulcano settentrionale, Mauna Kea, probabilmente non è più attivo, ed è sicuramente silente. E i due vulcani meridionali, Mauna Loa e Kilauea, sono invece molto attivi, e circondati da un terreno lavico dall'aspetto infernale.

 

Con i suoi 4.205 metri il Mauna Kea, o "Montagna Bianca", è la cima più alta delle Hawaii, e deve il suo nome alla neve che la copre d'inverno. Essendo inoltre su un'isola al centro dell'oceano e vicino all'Equatore, la cima è uno dei migliori luoghi di osservazione astronomica del mondo, e ospita molti telescopi di molte nazioni.

Poiché il fondo oceanico si trova a 5.000 metri sotto il livello del mare, l'altezza totale del Mauna Kea è di 9.205 metri, che ne fanno la montagna più alta del mondo, Everest compreso. Quanto alla sua forma, a poca pendenza dei suoi fianchi la rende un tipico vulcano a scudo hawaiiano, formato da eruzioni di lava basaltica fluida a scarsa viscosità: anzi, si tratta del più grande vulcano a scudo del mondo, con un diametro alla base sul fondo marino di 250 chilometri.

 

Il Mauna Loa, o “Montagna Lunga”, è ovviamente un altro esempio dello stesso fenomeno. È più basso del Mauna Keasolo di una quarantina di metri, ma più giovane: la sua formazione risale infatti a circa 700 mila anni fa, la sua emersione a circa 400 mila e la sua ultima eruzione al 1984. Ancora più giovane è il Kilauea, o “Nuvola di Fumo”, formato in massima parte da colate di lava dell'ultimo millennio prodotte da una "gemmazione" del Mauna Loa: la sua caldera fuma ancora oggi, dopo aver eruttato quasi ininterrottamente per tutto l'Ottocento e parte del Novecento, mentre una bocca apertasi nel 1983 continua da allora a scaricare lava in mare, provocando nuvole di gas e vapore che costituiscono un'attrazione turistica, e contribuendo a una crescita geografica dell'isola di un chilometro quadrato al decennio.

Più antica di Big Island è la sua vicina Maui, il cui grande vulcano Haleakala non erutta più da qualche secolo: le sue pendici sono ormai coperte di una rada vegetazione e il suo enorme cratere principale, ampio undici chilometri per tre e profondo quasi uno, contiene molti altri crateri secondari più recenti. Le altre due isole maggiori dell'arcipelago, Oahu e Kauai, sono ancora più antiche e lussureggianti di Mam, tanto che la seconda è chiamata l'Isola Giardino.

 

Man mano che ci si sposta da sud-est verso nord-ovest, le isole hawaiiane testimoniano dunque la progressiva colonizzazione del terreno vulcanico da parte della flora e della fauna portate dapprima dal vento e dalle correnti, e in seguito importate dai colonizzatori polinesiani e dai conquistatori anglosassoni. Per esempio, dal capitano James Cook, che battezzò le Hawaii “Isole Sandwich” in onore del suo protettore inglese, e trovò la fine che meritava nella baia di Kealakekua a Big Island. O dagli statunitensi, che si impadronirono delle isole nel 1896 e le hanno trasformate in una Cuba polinesiana, tuttora in attesa del Castro che le liberi dai Batista che gestiscono i suoi resort turistici.

Con il procedere da sud-est verso nord-ovest le isole diventano non solo più antiche e più verdi, ma anche più piccole e meno elevate: un chiaro indizio del fatto che esse si disgregano e si inabissano lentamente. In particolare, un'unica isola maggiore con più picchi elevati può dar luogo nel tempo a più isole o isolotti minori. È stato il caso dell'antica Maui Nui, o “Grande Maui”, dalla quale si sono successivamente staccate Molokai, Lanai e Kahoolawe. E sarà il caso delle attuali Maui e Molokai, così come di Oahu, quando le selle che separano i due vulcani di ciascuna di esse verranno rispettivamente sommerse.

 

Il processo di progressiva dissoluzione è ulteriormente testimoniato dalle Leeward, o Hawaii nord occidentali: un lungo arcipelago di isolotti e atolli disseminati su tremila chilometri, di età comprese fra i sette e i trenta milioni di anni e di superficie limitata a soli otto chilometri quadrati in tutto, che costituiscono le ultime vestigia emerse degli antichi vulcani prodotti dal punto caldo delle Hawaii. Oltre l'atollo estremo di Kure, le vestigia proseguono nella catena sottomarina delle Emperorseamount, un' ottantina di vulcani sgranati su altri 2.500 chilometri e risalenti fino a ottanta milioni di anni fa: tra parentesi, la direzione dell'allineamento cambia bruscamente in un punto corrispondente a circa 45 milioni di anni fa, lasciando sospettare o un mutamento di direzione della placca pacifica, o un antico movimento di deriva del punto caldo.

 

Il fenomeno dei punti caldi emerge in maniera spettacolare alla vista nelle Hawaii, ma vari altri punti un po' meno caldi hanno prodotto sul globo simili catene che, essendo un po' meno elevate, sono rimaste completamente sommerse. E ci sono punti caldi anche sotto la terraferma: per esempio sotto Yellowstone, che è la posizione attuale e ancora attiva di una catena di caldere ormai spente che si sono mosse lentamente in direzione sud-ovest, verso la California, negli ultimi quindici milioni di anni.

Nel suo romanzo immaginario, dunque, Saramago ha involontariamente alluso alle reali vicende delle flotte di zattere di pietra che solcano gli oceani, così come delle carovane di carri di pietra che scivolano sui continenti, nell'impercettibile ma incessante incedere che caratterizza l'evoluzione geografica del nostro pianeta.

Piergiogio Odifreddi, la Repubblica del 20 agosto 2013