Le isole del Quarnaro

La costa settentrionale della Dalmazia è un susseguirsi di cinque isole: Cres-Cherso (in foto), Losinj-Lussino, Krk-Veglia, Rab-Arbe e Pag-Pago: abitate da tempi remoti da generazioni di pescatori e marinai, sono mete ricercate che calamitano una parte importante dei flussi turistici della Croazia.

 

Meno di mezz'ora di traghetto da Brestova (sulla costa orientale dell'Istria) e si approda a Porozine sulla bislunga isola di Cherso (Cres), tutta pietrose ruvidezze carsiche e discese ardite lungo tortuose stradine sfocianti in radi e gratificanti porticcioli che la bianca muraglia rocciosa protegge dalla bora. Siamo nel Quarnaro in Dalmazia, un braccio di mare molto pescoso compreso tra l’Istria meridionale a nord-ovest e l’isola di Cherso a sud-est, e che collega il Golfo di Fiume al Mar Adriatico.

Il Quarnaro, per usare le parole di Claudio Magris in Microcosmi, «è incontro di ariosa venezianità e greve Mitteleuropa continentale che a Fiume sfocia nell'Adriatico, è raccolta familiarità di case bianche sulla riva; più oltre iniziano distese più vaste, solitudini pietrose e marine più estese e vegetazione più lussureggiante, un Oriente e un Sud più rigogliosi, meno temperati da quella ritrosa asprezza nordica che c'è ancora nei sassi dell'Istria e delle isole quarnerine».

 Cherso si allunga all'esterno di un grappolo di isole (Krk, Rab, Pag le maggiori, molte disabitate) che si frappongono alla vista della costa croata. L'isola si allunga fino a Lussino (Losinj), con cui originariamente faceva un corpo unico prima che l'istmo sottile che le univa fosse tagliato dai Romani. Oggi un ponte girevole lungo appena una decina di metri le riunisce, ma non spiega la diversità paesaggistica e microclimatica tra le due isole.

A Cherso crescono la salvia, il mirto e la ginestra. A Lussino le agavi e le buganvillee, le palme e le yucche; si coltivano aranci e limoni e il mandorlo fiorisce già a gennaio. Temperata d'inverno e alleviata da brezze marine d'estate, Lussino. E grazie a questo emancipata dall'isola madre, sopravanzandola d'importanza: meta ambita di aristocratici austroungarici e scuola di marineria, teatro di armatori e fucina di navigatori prima di diventare ambìto approdo turistico che ha il suo epicentro nella liscia scogliera prodiga di alcove naturali e ombreggiata dalla pineta che dal porticciolo di Lussinpiccolo scorre fino alla baia di sassi levigati dal mare di Cigale.

In comune, Cherso e Lussino, hanno solo l'incessante frinire di cicale per colonna sonora e l'aroma di datteri di mare e scampi «alla buzara» proveniente dalle trattorie

 Abitata fin dai tempi antichi con il nome romano di Crepsa, la cittadina di Cherso si distende in un'ampia baia, con piazzette e antiche case a specchio sul porticciolo riparato. Il museo in un palazzetto gotico-veneziano conserva una grande distesa di anfore romane, recuperate da antichi naufragi nelle acque del Kvarner-Quarnero. Proseguendo verso sud, si costeggia la rarità naturale del lago Vrana, un bacino di acqua dolce, preziosa riserva d'acqua per le isole: la strada scende, la vegetazione si fa più lussureggiante e il clima più dolce. Si giunge ad Osor-Ossero, dove già in epoca romana fu scavata la Cavanella d'Ossero, il canale che separa le due isole.

Lussino. Dell'antico splendore di Ossero è rimasto il duomo veneziano in pietra bianca con il campanile del XV secolo, teatro d'estate di suggestive serate musicali. Passato un ponticello di pochi metri si raggiunge l'isola di Lussino, patria di generazioni di capitani e di armatori. Superato il primo paese di Nerezine-Neresine, bisogna percorrere ancora oltre venti chilometri prima di raggiungere la spettacolare baia di Mali Lošinj-Lussinpiccolo.

All'epoca dei grandi velieri transatlantici, entrarvi attraverso le strette bocche guardate a vista da scogli aguzzi era il pezzo di bravura per eccellenza di capitani ed equipaggi locali. La riva del passeggio di Lussinpiccolo merita il viaggio: yacht e barche attraccati di fronte a piccoli negozi, caffè e ristoranti, guardati dalle serene facciate dei grandi palazzi liberty. Si può alloggiare tra i pini d'Aleppo che scendono fino al mare sulla baia di Čikat-Cigale, uno specchio d'acqua cristallino dal fondo sabbioso, o nella successiva Val di Sole:alti sulla costa rocciosa circondata da pini marittimi si trovano gli hotel Vespera e Aurora, completamente rinnovati. Pochi chilometri separano il centro dall'altra località dell'isola, Veli Lošinj-Lussingrande, che a dispetto del nome è più piccola, un villaggio di pescatori con un piccolo porticciolo di barchette che ricorda Portofino guardato da un'imponente chiesa proprio sul mare.

La mitezza del clima e la flora subtropicale fecero di Lussino una stazione di villeggiatura frequentata ai tempi della Belle Epoque da stessi regnanti di casa Asburgo. Lussino si raggiunge in macchina dal confine italiano di Trieste, da cui dista 160 km, attraverso la Slovenia e poi via Brestova, l'imbarcadero sulla costa istriana dei traghetti per l'isola di Cherso: durante la breve attraversata dal ponte si notano spesso coppie di delfini nel mare blu cobalto. Sbarcati a Cherso, la strada si innalza prima di raggiungere il capoluogo e la strada corre sulla roccia del crinale. Dalla pietraia selvaggia e brulla, battuta dalla bora d'inverno, con il profumo intenso di piantine di salvia e rosmarino, si apre un panorama scenografico: a destra la costa istriana separata da uno stretto braccio di mare, mentre a sinistra si staglia in basso l'isola di Veglia.

Verso Zara. Un «più oltre» col quale Lussino ha quasi una funzione di ponte. Perché da lì già si può immaginare di intravvedere Zara, capitale «nordica» della Dalmazia, striscia costiera al di qua della frastagliata catena balcanica che, scorre lungo la Croazia fino alle al Montenegro, cosparsa di fari oggi convertiti in originali rifugi per turisti in eremitica fuga dalle spiagge affollate e alle cui rive si affaccia una costellazione di isole che formano una sorta di mare interno, riparo naturale per naviganti d'ogni epoca. Sulla Porta del Mare di Zara, che celebra la battaglia di Lepanto, è tornato a ruggire il Leone di San Marco, dopo che i partigiani di Tito l'avevano scalpellato via nel 1945, in quanto simbolo di sgradita «italianità». Il piccolo borgo antico di Biograd sfocia in un moderno grande porto turistico e su spiagge sassose che guardano le isole (la più grande è la lunare e disperata, Pag, impietosamente spellata dalla bora) e l'intenso traffico di imbarcazioni d'ogni stazza che come palline di un flipper acquatico rimpallano impazzite dall'una all'altra aggrovigliando le scie. Ma ogni volta che si mette piede a terra, su ognuna di esse, ogni frenesia si placa in una calma antica che non ha nulla da spartire con le isole mediterranee più perseguite dal turismo di massa, tanto meno con quelle votate al trendysmo edonistico. In un'assenza di approdi definitivi, nella sola presenza di attracchi provvisori, sopravvive il senso di un mare che è stato teatro di un insolito intreccio di contese e di traffici, luogo di passaggio continuo, irripetibile combinazione di venezianità, slavità, grecità, disordine piratesco e ordine asburgico.

E così fino alla più caotica e colorita Spalato e le «sue», di isole, che non hanno soluzione di continuità con l'arcipelago zaratino e che sfumano dall'orizzonte dalmata solo via via che ci si avvicina alla preziosa Dubrovnik, rinchiusa nelle sue storiche antiche mura come in una teca con vista sul mare aperto, ormai già in prossimità delle Bocche di Cattaro condivise col Montenegro.