Dove il sole non tramonta mai

Il mare che non t'aspetti. Lontano, il più lontano possibile, dall'estate italiana. Niente ombrelloni, telefonini, foto dei vip. Sotto un cielo senza stelle, tra le spume del Mare del Nord e gli azzurri cupi dell'Oceano Atlantico, nelle strade già deserte alle sei di sera, tutto risulta distante, sfumato, remoto alle isole Vesteralen, come ce le racconta Sandro Viola un grande giornalista che purtroppo non c'è più:  (la Repubblica, 7 agosto 2003).

 

Stokmarknes, 4 agosto 2003. Caro G. come t'avevo promesso, ecco le prime impressioni sul mio viaggio alle Vesteralen. Scrivo sul terrazzino della mia camera d'albergo, in pieno sole, tanto sole che a volte devo farmi schermo con la mano sugli occhi: e sono le undici di sera. D'estate, infatti, queste isole norvegesi non conoscono la notte. Stanno ben oltre il circolo polare artico, il gie artico, il giorno è quindi perenne. E alle undici di sera, se non piove o sta per piovere, il sole ancora abbacina. Soltanto intorno a mezzanotte la luce si farà più languida, spossata: l'orizzonte rosseggerà sotto una distesa di nuvole Turner, si smorzeranno le strida degli uccelli marini, il mare e le montagne diverranno grigi, quasi ferrigni.
Ma questa specie di preparazione alla notte, al buio, dura poco. Sì e no una mezz'ora. Poi il sole che era parso calare dalla parte delle isole Lofoten, riemerge. La luce irrompe di nuovo nel paesaggio, il profilo delle montagne si rifà netto, e il disco solare – mentre già ricominciano i voli dei gabbiani – torna pian piano a salire.
Anch'io, lo vedi, continuo a salire. Dalle Ebridi interne alle esterne, poi alle Orcadi, adesso alle Vesteralen, e l'anno venturo spero alle Svalbard, verso la Groenlandia. Lontano, il più lontano possibile, dall'estate italiana. Intrepido nel proseguire la fuga sino in fondo, quali che siano la lunghezza del viaggio, le temperature cui andrò incontro e la quantità di lane (giacca, pullover chiusi e aperti, berretto, calze) da mettere in valigia. Tutto, pur di non correre il rischio di trovarmi una sera, per accidia o cattivi consigli, a Portorotondo, a Capri o a Panarea.
Dell'estate italiana ho avuto un assaggio il giorno prima di partire per Oslo, sfogliando L'Espresso e Panorama nell'anticamera del mio dentista: ed è stato un assaggio nauseabondo. Che facce patibolari, i Vip fotografati tra la Sardegna, Positano, Port'Ercole e le Eolie. Che sguaiatezza d'abbracci, bocche spalancate nel riso, calvizie ruscellanti di sudore, seni vizzi eppure scoperti, in quelle loro turpi discoteche. Beninteso, dalle cronache dei due settimanali non trapelava l'ombra d'un raccapriccio: scambiata anzi per eleganza suprema, la suprema volgarità dell'estate italiana veniva descritta con patetici spasmi d'ammirazione. Sicché sfioravo col palmo della mano il petto destro della giacca, nella cui tasca interna c'era il biglietto aereo per la Norvegia, e le labbra mi si sono mosse da sole in un fremito di preghiera, di supplica, affinché il destino mi ripari oggi e sempre da tanto orrore.

E in questo senso, per purgarsi cioè di tutto quel che i giornali italiani ci hanno messo sotto gli occhi nelle ultime settimane, le Vesteralen sono perfette. Sotto questo cielo senza stelle, tra le spume del Mare del Nord e gli azzurri cupi  dell'Oceano Atlantico, nelle strade di questi villaggi già deserte alle sei di sera, tutto risulta distante. Sfumato, remoto. E in specie, ovviamente, l'inessenziale: vale a dire quel che abbiamo visto e appreso (ma non avremmo voluto vedere né apprendere) solo perché al mattino perseveriamo nella cattiva abitudine di comprare i giornali.
Aggiungi che l'effetto depurativo del Nord va ben oltre la cafonaggine italiana. Anche l'Irak, la contesa Blair Bbc, la Palestina, il Nigergate, il terrorismo, la siccità e i rischi di deflazione - gli avvenimenti che riempivano quando sono partito le prime pagine dei quotidiani - appaiono indistinti, vagolanti. Più o meno i punti scuri che dalla costa di Andenes, il villaggio più a settentrione delle Vesteralen, vedevo ieri mattina in mare aperto, e che un gruppo di giovani naturalisti tedeschi armati di binocolo sosteneva fossero balene.
Del resto i giornali in vendita sono qui esclusivamente norvegesi, quindi illegibili: e nel mio albergo a Stokmknes la televisione ha soltanto tre canali, anch'essi norvegesi. Perciò niente notizie, salvo a tentare di cogliere qualcosa attraverso le immagini che scorrono sul teleschermo. Un'ora fa, per esempio, ho visto prima Berlusconi, poi il cancelliere Schoereder, quindi di nuovo Berlusconi, ma non ho assolutamente capito quali fossero le novità. Siamo alla vigilia d'un nuovo asse Roma-Berlino, o si tratta d'un altro zampillo delle polemiche seguite al "Kapò" di Strasburgo?
    
Mi chiedo poi che effetto farebbero qui, se anche ci fossero, le notizie dal mondo. Quale senso potrebbero assumere tra queste montagne a picco sul mare, nella luce del giorno perenne, in questo grande silenzio solcato ogni tanto dalle strida dei cormorani. Tra l'uno e l'altro dei brevi fiordi delle isole, lungo le rive rocciose punteggiate dai tralicci di legno dove si mettono ad essiccare i merluzzi. Nei villaggi di pescatori con le case di legno dipinte di rosso o celeste, i pescherecci che dondolano ancorati in rada, e il piccolo cimitero in vista del mare dove le lapidi, sotto al nome del defunto e alle date di nascita e morte, recano ognuna la stessa iscrizione: Tak for alt, grazie di tutto. Una scritta che mi lascia perplesso: in Norvegia è il defunto a ringraziare - per quel che gli hanno dato - coloro che sono rimasti, o viceversa?
    
Sì: penso che se pure vi pervenissero, le notizie dal mondo produrrebbero qui un effetto vacuo, vano, come quando ci giungono certe voci lontane e dopo un attimo ci accorgiamo che riguardano altri, non noi. Per fare un esempio (e buttarla subito in letteratura), prendiamo il tenente Thomas Glahn, protagonista di Pan, il romanzo di Knut Hamsun che Adelphi ha appena ripubblicato in una nuova e ammirevole traduzione. Quale voglia avrebbe mai potuto avere Glahn, verso il 1855, negli anni della vicenda in cui egli vive da queste parti, di ricevere notizie sui maneggi di Napoleone III, sull'assedio di Sebastopoli o sui libri di Herman Melville? Nulla, non gliene sarebbe importato nulla. Glahn se ne stava beato nei boschi del Nordland, ogni tanto sparando a una pernice bianca, colmo dello spettacolo della natura e intento a godersi lo scorrere lentissimo del tempo. Gli fossero anche giunti all'orecchìo, il disastro della Cavalleria leggera a Balaclava o l'insuccesso di Moby Dick non gli avrebbero neppure fatto corrugare un sopracciglio.
    
Bene, io non sono il tenente di Hamsun, non vivo nei boschi né sparo alle pernici bianche. Ma dopo una settimana alle Vesteralen, guardando l'Atlantico dal porticciolo di Nyksund o dallo sperone dove si leva il grande faro di Andenes; navigando sul postale (il berretto ben calcato sulla testa, l'impermeabile chiuso sino al collo) le acque turchesi dell'Eidsfjord, oppure sedendo la sera su una panchina di fianco alla chiesa luterana di Sortland, tutta in legno dipinto di bianco e circondata da cespugli di rose, il mio stato d'animo è già vicino a quello del protagonista di Pan. Il piacere che possono dare le lontananze, una smemoratezza. Le orecchie, la voce e la mente ristorate dal balsamo del silenzio. E la sensazione d'un barlume di vigore ritrovato, proprio come spiega in Myrdun, il suo diario norvegese, Errist Junger: «...il Sud ci consuma, il Nord ci infonde sempre nuove energie».
     
Di quali sovrumane energie hanno avuto bisogno nella loro storia, caro G., le popolazioni di quest'arcipelago. A causa del clima, qui l'agricoltura è stata infatti sempre stenta, povera: sicché il pane delle isole era ed è ancora la pesca. Uscire in mare, gettare le reti o lanciare gli arpioni, con qualsiasi tempo: per procurarsi il cibo della giornata, e poi per mettere insieme i soldi necessari a vestirsi, a seppellire dignitosamente i propri morti, ad educarsi il tanto che bastava per leggere la sera - la famiglia riunita attorno a un lume secondo l'uso luterano - le Scritture. Ma andare a pesca o a caccia di balene oltre il circolo polare artico, soprattutto tra gennaio e marzo (i mesi in cui il merluzzo è più abbondante), non è la stessa cosa che farlo in Adriatico. In questi mari ogni tempesta si trascinava dietro le sue vittime, gli uomini dei pescherecci a vela e poi dei primi a vapore, senza che i superstiti avessero la possibilità di cambiar mestiere. E infatti quanti cippi o lapidi, sul ciglio delle strade, in corrispondenza del tratto di costa dove si verificò un naufragio.
    
Negli ultimi due o tre giorni ho passato un bel po' di tempo guardando le fotografie fine Ottocento o primi Novecento in mostra nei piccoli musei della pesca (poche stanze in vecchie case di legno) di Hadsel, Andenes, Stokmarknes. Foto di battelli, pescatori e pesche prodigiose, montagne di aringhe, tonnellate di merluzzi, balene rimorchiate a riva ancora sanguinolenti per i colpi d'arpione. E in posa davanti alle quantità di pesce e alle balene, norvegesi alti e barbuti, la struttura possente, i cappelli di cerata che sembrano ancora grondar acqua, con i figli e le mogli accorsi allo sbarco. Tutti, pescatori, mogli e figli, vestiti di scuro. Tutti senza il minimo accenno d'un sorriso.
Non avevo mai visto luoghi così intrinsecamente, totalmente legati alla pesca. Conosco la Bretagna, la Galizia, la costa del Portogallo, le isole scozzesi: ma credo che da nessuna parte la vita delle popolazioni abbia oscillato come qui tra fortuna e sfortuna, miseria e non miseria, a seconda di quel che dava il mare. A seconda, cioè, delle buone o cattive annate di pesca. Alle Vesteralen ci sono villaggi che furono prosperi sinché utili – per posizione, caratteristiche del porto – al va e vieni dei pescherecci, e oggi ridotti a fantasmi: i moli sbrecciati, la baracca dell'ufficio postale con i vetri rotti, su una casa di legno prossima a crollare l'insegna scolorita dell'emporio.
Molte fotografie ritraggono scene della seconda metà dell'Ottocento, quando nelle acque di Langoya, la più grande delle Vesteralen, e soprattutto nell'Eidsfjord, la pesca delle aringhe fu per quattro decenni successivi smisurata, miracolosa. Per quasi mezzo secolo i pescherecci rientrarono ogni volta di aringhe, e quell'abbondanza trasformò i villaggi dell'isola. Da isolati, silenti e poveri che erano, divennero una specie di Klondyke al tempo della corsa all'oro. Vi affluirono migliaia di marinai, pescatori, commercianti, vi fiorirono taverne e lupanari. Alle fiere di Melbu, Sortland, Stokmarknes arrivavano gli organi di Barberia e le chiromanti, gli acrobati, gli orsi ammaestrati, e i biscazzieri a improvvisare il gioco d'azzardo. Ma poi le aringhe presero altre strade, i forestieri partirono, e quei villaggi decaddero sino a scomparire.
    
Né fu il solo momento in cui l'economia del Nordland, e in certa misura dell'intera Norvegia, trasse fiato dalla pesca in queste acque. Furono le balene, infatti, la caccia alle balene, che consentirono a un paese allora molto povero come la Norvegia, di superare la crisi del '29. L'ho appreso al museo di Andenes, tra scheletri di cetacei, arpioni antichi e moderni, cerate e stivali da balenieri, dalle didascalie che accompagnano le foto. Negli anni Trenta si macellarono ad Andenes da 1500 a 4000 balene l'anno, e fu quell'enorme, terribile mattanza che portò rimedio alla miseria delle famiglie.
La caccia continua anche adesso che la Norvegia è ricca: i norvegesi, insieme agli islandesi e ai giapponesi, non demordono. E infatti tutte le Fiskbutikken di queste isole hanno sui banchi, assieme a infinite varietà di pesce, grossi lacerti di balena ancora sanguinolenti, d'un colore piu scuro della carne di manzo. Vuoi sapere se ne ho mangiata? Sì, una volta. Un "carpaccio di balena" figura nei menu di quasi tutti i ristoranti, e a Sortland una sera, ho voluto provare. Non era male, ma l'esperienza s'è fermata lì. Tieni in ogni caso presente, se mai decidessi di venire da queste parti, che il cibo (cioè il pesce) è squisito: e a differenza che nelle isole britanniche, è anche benissimo cucinato.
    
Due parole, per finire, sul tipo di turismo che c'è nell'arcipelago. Mi dicono che le Lofoten comincino ad essere affollate. Ma qui nelle Vesteralen, turisti se ne vedonono pochi e quasi tutti norvegesi di mezza età. La sola comitiva proveniente dal sud che ho incontrato era composta da spagnoli: avvocati, dentisti e negozianti di Burgos, Madrid e Valencia, un notaio di Saragozza: tutti pescatori appassionati venuti qui, con a rimorchio le mogli, a pescare. Sei giorni sempre a pesca, mattina e pomeriggio, col bello e il cattivo tempo: e la sera tutti a ragguagliarsi sulle loro imprese da un tavolo all'altro del ristorante dell'albergo, tra gli sguardi delle signore che la noia del soggiorno e dei racconti di pesca aveva reso ormai vitrei, assenti. Ma loro, i pescatori, formavano un bozzetto vivace e colorito. Voci alte, vanterie sfacciate, gesti teatrali: veniva in mente il Tartarian di Akphonse Daudet.
    
No, te l'ho, detto, turisti pochissimi. E anche per questo mi sono molto divertito a leggere uno dei romanzi di Knut Hamsun meno noti (e meno riusciti), scritto nel 1911 qui alle Vesteralen, che nella traduzione francese s'intitola "La dernière jole". Un libro colmo d'insofferenza, anzi di rabbia, nei confronti del turismo e dei turisti. Ripeto, 1911: e già Hamsun intravvedeva, all'arrivo di quegli inglesi venuti a scalare le montagne del Nordland (che pure dovevano essere discreti e ben vestiti, non certo le sconce mandrie d'adesso), la catastrofe del turismo di massa. Con quanta foga polemica e che sarcasmi, lo scrittore di Pan raffigura i guasti che i turisti provocheranno nel Nordland, la regione che aveva abitato da adolescente e alla quale appartengono le Vesteralen. Lo stupro della natura, la degradante trasformazione dei contadini in untuosi e avidi albergatori, i giovani addestrati dalla Cook che vanno incontro agli stranieri gridando: «Guida? Volete guida?», il silenzio delle montagne profanato dalle voci dei «pulcinella anglosassoni».
Il presagio era lucido, il turismo di massa è stato la lebbra del nostro tempo. Ma le Vesteralen ne sono, almeno per ora, immuni. E t'assicuro che mi stanno facendo un gran bene. Dopo appena una settimana, il ricordo dell'estate italiana (le foto di Lucia Annunziata e della moglie di Tronchetti-Provera, la consegna del premio Positano sole mare e cultura, il noto politologo che pontifica dinanzi a un gruppo di contesse assonnate, la lambada degli onorevoli La  Russa e Santanchè sulla pista del Bilionaire) ha già smesso di turbarmi il sonno.