Vivere nella Tempesta

Non è certo un caso che Shakespeare scelga non la parola piú comune, storm, ma tempest, per intitolare la sua ultima commedia. Nell’etimo sassone storm, che attinge al ricco vocabolario della lingua volgare, la radice (s)twer rimanda a un vortice, dove il tumulto e lo stormo e dunque la violenza dell’assalto in battaglia si confondono in un’origine avvolta nel mistero; nel termine tempest, invece, l’etimo di origine latina rimanda a tempus, all’idea cioè di un taglio (dal greco temno), che seziona e circoscrive e delimita un flusso in periodo, epoca, stagione, finché il senso sfuma in un “tempo” che si fa “temporale” e rima con “fortunale”, e da “tempestoso” precipita in “fortunoso”. La Fortuna così entra in campo, come la procella che per l’appunto domina nelle nostre vite e tutti ci rende schiavi del Caso. Come fossimo navi in balia del tempo atmosferico.

Lo cantava Billie Holiday: Don’t know why there’s no sun up in the sky. Sí, ci sono giorni così, quando il sole scompare e la vita si fa vuota – life is bare, gloom and mis’ry everywhere ...

In giorni cosí, cantava Billie Holiday, the blues walked in and met me. Stormy is our life. Il tempo ci espone al sentimento della melanconia, della caducità. Soprattutto quando al celeste, al sereno, subentra la violenza di un cielo agitato dai venti, oscurato da nubi, e ci scopriamo inermi di fronte a forze più grandi di noi. È il sentimento della “deiezione” che i poeti romantici hanno ben descritto con Coleridge, e che riscopriamo ogni volta in cui per cause che si impongono a noi dall’esterno abbiamo la dolorosa rivelazione della nostra impotenza. Rinasciamo allora alla consapevolezza che siamo stati per l’appunto “deietti”, espulsi da un grembo, e ora siamo “fuori”, viviamo nel “fuori”, e di questo “fuori”, per quanto cerchiamo di farne un “dentro”, non riusciamo a fissare i confini. E anche se ci pensiamo come isole, in quel pensiero confidando nella speranza di trovarvi l’assoluto dell’interezza, neanche quel pensiero ci protegge, né tantomeno ci rende invulnerabili... Nella solitudine dell’isola crescono semmai l’angoscia della solitudine e la fobia del contatto, e si insinua la verità della condizione umana, che un poeta metafisico come John Donne sa mettere in versi: e cioè che siamo, noi creature, più che isole arcipelaghi, e nel vasto mare che tutti ci contiene e ci separa siamo legati gli uni agli altri, sì che non serve chiedere «per chi suona la campana»... La campana cui allude John Donne annuncia l’ora della morte, che vale per me come per il mio vicino e tutti ci stringe alla caducità nel generale vincolo della comune mortale natura. La campana è in questo caso lo strumento che segna le ore, divide il tempo in quantità contabili... E insieme, come la clessidra, come l’orologio, è un simbolo.

Il tempo batte, il tempo va e viene, passa e ritorna, osserva il poeta Robert Creeley nella poesia che per l’appunto intitola al ritmo: «Dalla porta che si chiude, | alla finestra che si apre, le stagioni, la luce del sole, | la luna, gli oceani, | come le cose crescono, | e come si rincorrono nella mente di un uomo», tutto è ritmo. E la fine non è la fine, ma si imbatte in un altro ritorno, i bambini crescono e diventano uomini vecchi, e l’erba si secca e la forza svanisce, ma rifiorisce... Così il tempo dispiega le sue continuità, «tutto piegando alla propria forza» – la finestra e la porta e il soffitto e il pavimento, «luce in apertura, |buio alla chiusura».

Questo tempo è il ritmo sorvegliatissimo nella Tempesta, dove Shakespeare, che quasi sempre disattende con allegra sprezzatura le unità aristoteliche, ne osserva l’unità con accurata disciplina. Anzi, ne scandisce il transito piú volte, mettendo in bocca a Prospero e ad altri personaggi osservazioni precise riguardo al passaggio degli anni, e all’ora del giorno, quasi avesse accanto a sé una clessidra. Calcola con esattezza le ore che passano, siamo fra la terza e la sesta ora, sono le due del pomeriggio. Tra le due e le sei dovrà accadere tutto quello che accade... A dominare è il tempo dello spettacolo, il tempo del teatro. E in effetti la Tempesta dura poco piú di tre ore e finisce puntuale alle sei di pomeriggio, quando finivano le rappresentazioni nei teatri pubblici, ai tempi. È come se Prospero misurasse attento la sabbia che nell’accumulo di una stessa quantità si versa e riversa da una parte all’altra dell’ampolla nel gesto della ripetizione.

Quasi la ripetizione fosse la sostanza stessa della vita. Ripetizione è in effetti il respiro dell’onda, la pulsazione incessante della enorme massa marina in moto perenne, in stato di agitazione costante, in moto anche quando immota, che circonda l’isola – l’unità di luogo del dramma. Ma ecco che d’un tratto il tempo statico dell’isola si rovescia in temporale, e l’azione prende avvio.

Non accade cosí nella vita di ciascuno? Nella durata di un tempo lento e immoto, che potremmo immaginare eterno, quasi un dormiveglia, d’un tratto irrompe il tempo qui e ora di emergenze interiori improvvise, travolgenti... Sono le nostre tempeste.