Là dove il mare regala l'eterna estate

di Lucia Galli, la Repubblica 24 settembre 2014

 

Tra Sidney e le Fiji, un eden di spiagge candide da Noumea e Yatè e La Foa fino alla selvaggia Isola dei Pini

 

Il mistero più grande è nel nome. Dici Nuova Caledonia, ma di fiordi puntuti e brume scozzesi non trovi nemmeno l'ombra. Fra Sydney e le Fiji, a due giri abbondanti d'orologio dal nostro emisfero, Grande Terre e la sua parure di satelliti – l'isola dei Pini e l'arcipelago della Lealtà – sono

l'archetipo del paradiso tropicale. Più autentico della Polinesia da cartolina, più vivido delle Maldive all inclusive, in questo lembo di Melanesia nulla è come sembra. Fu così che nel 1774 James Cook prese un abbaglio anche nel battezzarla con quel nome più adatto a un lembo di tartan che a un angolo di paradiso. Poco dopo ne approfittarono i francesi che vi si impiantarono stabilmente, facendo di questo indirizzo nei Mari nel Sud una delle loro più esotiche "periferiche di regno” che ancor oggi, allo scoccare della pensione, richiama migliaia di "expat", pronti a crogiolarsi al sole dei tropici senza rinunciare al foie gras.

 

La metropoli gentile

Eallora benvenuti nella capitale Noumea, la metropoli gentile, ricamata fra vetrine alla moda e baie profumate che tanto la fanno somigliare alla Costa Azzurra o a Beverly Hills, soprattutto nei prezzi delle ville color pastello che trapuntano le colline. Qui è passato anche l'archistar Renzo Piano, ma sul suo capolavoro di legno d'iroko e acciaio – il centre Tjibajou che porta il nome di Jean Marie, indimenticato leader indipendentista ucciso

nel 1989 – non svetta il colore dei Bleus, bensì la bandiera dei kanak. Se loro sono gli indigeni di pelle scura, arrivati qui in piroga oltre tremila anni fa, tra i 230mila fortunati che si spartiscono questo paradiso, ci sono, oltre ai francesi in cerca di una seconda vie en rose, anche i caldochi, ovvero i "nipotini" degli ergastolani che la Madrepatria spedi qui nel 1800. Il sole mise tutti d'accordo e ognuno trovò, in questo Risiko d'oltremare,

il proprio posto, i kanak adest e i caldochi a ovest, francesi un po' ovunque.

 

Grande Terre

Per incontrare tutti gli abitanti occorre lasciare le lusinghe di Noumea. È allora che Grande Terre comincia a svelare i suoi segreti e lo fa a Yaté con il Parco della Rivière bleu e che compendia le meraviglie di una natura sfacciata e primordiale fra cascate degne, queste sì, di high lands iperboree e laghi incorniciati da terra rossa, come sui campi del Roland Garros. Proseguendo per La Foa, Sarramea e Farino la “Terre” stupisce e cambia ancora. La foresta tropicale si aggroviglia in un virtuosismo di colori, offrendo trekking e passeggiate a cavallo come ottime alternative alle spiagge bianchissime. Qui si vive al ritmo della brousse, la campagna colonizzata dai caldochi che, da bravi cow boy del pacifico indugiano e faticano nei loro ranch, cappello a tesa larga e camicia a scacchi, fra rodeo e fiere del bestiame. E il bello è che il mare se ne sta lì a due passi con la sua barriera corallina, orgoglio dell'Unesco e seconda per dimensione, ma non per biodiversità, solo all'immenso Queensland australiano.

 

Verso Nord

In un paio d'ore di viaggio verso Nord si raggiunge Konè, l'avamposto del selvaggio Nord dove le reminiscenze archeologiche dell'antico popolo dei “lapiti” palpitano insieme alla moderna industria del nichel che proietta il paese nella top five dei produttori. Le solite multinazionali hanno inciso calanchi profondi sui rilievi dell'entroterra senza devastare però il paesaggio. Anzi, è proprio percorrendo una delle strade dei minatori che i turisti fanno la fila per ammirare, dalla cima delle colline, il Coer de Voh, un intrico di mangrovie dove l'acqua della laguna gioca a nascondino, disegnando curve a forma di cuore. Lui si fa ammirare solo a certe ore e con una luce precisa ma – quasi come un'aurora boreale in terra australe – è il “trademark” per eccellenza della Nuova Caledonia nel mondo. Fotografarlo non basta: il “cuore” vero batte a est, oltre la leggendaria strada Rnp2. Dolomitica per arditezza, precipita fra tiaré, flamboyant e tulipierdu Gabon sui villaggi e le falesie scure di Poindimié che con Hienghène è la porta del regno kanak. A cui bussare con rispetto. Tradotto, significa intanto abbandonare la “vitesse" e il ritmo occidentale di compitare le ore. Si può scegliere, infatti, di godersi il lusso del proprio albergo e lo snorkeling all'isolotto Yeega, ma sarebbe un peccato non provare ad uscire e a capire l'essenza più intima

di questo popolo che ha, sì, passaporto francese, ma che accanto ad Hollande risponde anche al proprio capo tribù.

 

Ospitalità nella capanna

Non serve l'abito scuro, ma è gradita la coutume, un complesso cerimoniale di presentazione con tanto di offerte dove i soldi non sono tutto: sarebbe riduttivo bollare l'antica arte dell' ospitalità come uno scontato corredo di salamelecchi. I kanak ci tengono davvero e poi la loro casa, pardon la capanna, sarà la vostra, magari in tempo per dare una mano nella tortuosa preparazione della bougna, stufato di pesce o carne con verdure che, innaffiato con latte di cocco, si infila, avvolto in foglie di banano, sotto terra a cuocere lentamente per almeno tre ore.

 

L'ultima frontiera

Sopita la fame, conquistati dal sapore, la Nuova Caledonia ha in serbo l'ultima, recondita sorpresa: lo sbarco sulle isole. Un volo di venti minuti che, tranne hostess e piloti, gli altri affrontano solitamente scalzi. Ed ecco a voi l'isola dei Pini: prende il nome da questa araucaria colunmaris, un pino a forma di scovolino che ha scacciato, nell'immaginario esotico, perfino le palme. Qui il turismo è sviluppato da più tempo ma sulle lagune dorate si viaggia ancora lenti in piroga mentre ristoranti raffinati diffondono le note garbate di Charles Aznavour. Più selvaggio è l'arcipelago della Lealtà. A Maré si pedala da una spiaggia all'altra sorseggiando, ma con moderazione, la cava, il robusto liquore locale. A Lifou tutti vi racconteranno

la storia di Christian Karembeu, il kanak che ha fatto gol in tutto il mondo.

Ouvea, invece, è poco più di un'idea, cavas sans dire stupenda. Con due lembi di spiaggia uniti da un ponte, c'è davvero poco altro di emerso su questi 35 chilometri di talco purissimo. Sott'acqua pinneggiano felici squali, mante e pesci multicolop. E il resto del mondo resta fuori. Pure molto lontano. E per una volta non se ne sente affatto la mancanza.